domenica 14 giugno 2015

RGD: Youth - La Giovinezza

Lo so, lo so, e avete ragione. Sono mancato all'appello con le mie recensioni per qualche mese, e chiedo scusa, ma chi ha seguito un po' la mia pagina Facebook sa che sono stato impegnato con il Festival di Cannes, perciò da un lato ho visto troppi film per recensirli tutti, dall'altra non ho avuto il tempo materiale di farlo.
Ma uno lo devo recensire, ora. Sono giorni che ci penso: lo faccio o non lo faccio? Ho deciso di vuotare il sacco a seguito dei molti dibattiti e delle semplici chiacchierate che ho affrontato in merito. Il film in questione è Youth – La Giovinezza di Paolo Sorrentino.
Ho visto questo film due volte: la prima è stata proprio al Festival di Cannes, dove sapete che il film era in concorso per la Palma d'Oro (poi vinta dal transalpino Audard col suoDeephan). Vestito di tutto punto, ho assistito alla proiezione di Youth in lingua originale (inglese) con sottotitoli in francese, nel meraviglioso Grand Theatre Lumiére, una delle sale più belle d'Europa per qualità audio-video. La seconda volta è stata tre sere fa, nel mio cinema di fiducia di Paderno Dugnano, nella versione in lingua italiana. Ebbene, reggetevi forte: il film mi è piaciuto entrambe le volte.




Aaaaahhh! Sacrilegio! Filmaccio kitsch, pieno di stereotipi, lento come la morte, felliniano oltre misura, retorico, fastidioso...” ragazzi, oggettivamente, io vi voglio bene, ma voi... che film avete guardato? Stiamo parlando veramente della stessa pellicola?
Andiamo con ordine e riassumiamo brevemente la trama. “Ma il film non ha una trama!” e invece ce l'ha, una trama: non è che siccome la sceneggiatura non è divisa in tre atti alla maniera americana e gli indizi non vi vengono dati uno dopo l'altro come biada ai cavalli, allora non esiste una trama. Il film racconta la vecchiaia di Fred Ballinger (Michael Caine, un po' compassato e molto meglio in lingua originale), compositore di successo e in passato amico anche di Stravinski, ormai ritiratosi dalla vita musicale e, probabilmente, dalla vita in generale. Fred sta trascorrendo l'estate in un lussuoso albergo con spa e centro benessere fra le alpi svizzere, circondato da persone di tutte le età (ma soprattutto anziani) che si aggirano silenziose fra le stanze, le saune e i giardini lottando come anime in pena per sfuggire al tempo che avanza inesorabilmente. A sua volta Fred pare affetto da una forma di apatia derivata dal continuo pensare ai sogni (ormai pochi) e ai ricordi (molti, con altrettanti dimenticati per via dell'età); la vecchiaia spinge Fred ad isolarsi e a rinchiudersi dentro se stesso; è inoltre crucciato perché viene ricordato solo per aver composto le Canzoni Semplici, la sua unica tentazione alla “musica leggera” in una carriera di grandi successi intellettuali.
Ecco perché rifiuta categoricamente di dirigere per un'ultima volta l'orchestra della BBC davanti alla Regina Elisabetta, la quale desidera proprio che vengano eseguite le Canzoni Semplici come regalo per il consorte, il Principe Filippo. Un duro scontro verbale con la figlia Leda (Rachel Weisz, in gran forma e davvero strepitosa nel suo monologo centrale) lo costringe a confessare che quelle Canzoni Semplici sono state scritte perché solo la moglie di Fred potesse cantarle, per ricordare il loro amore nonostante la vita di sofferenze e tribolazioni che Fred ha fatto passare alla sua famiglia quando era più giovane (arrivando a tradire la moglie anche con uomini): ecco perché non intende dirigerle davanti alla Regina.
Nel frattempo, Leda viene lasciata dal marito Julian, che la scarica per fidanzarsi con una anonima popstar. A cercare un rimedio per la situazione, purtroppo invano, è il padre di Julian, Mick Boyle (eccezionale Harvey Keitel), nonché migliore amico di Fred. Mick è stato un regista di grandissimo successo e talento e ora è in ritiro con la sua equipe di giovani sceneggiatori proprio nello stesso albergo di Fred: Mick sta scrivendo “L'ultimo giorno della vita”, un film che considera eccezionale, il suo vero e proprio testamento artistico, e che intende a tutti i costi fare interpretare a Brenda Morel (Jane Fonda, maleficamente tosta), un'attrice sulla settantina che ha già fatto 11 film insieme a Mick. La vecchiaia su Mick genera l'effetto opposto che su Fred: Mick non si rassegna al passare del tempo, non riesce a stare senza fare niente, è iperattivo, ha energia, ha voglia di vivere. Purtroppo è la stessa Brenda a fargliela passare, in un dialogo di rara cattiveria fra due anziani che si vuotano il sacco di anni di parole non dette. Brenda rinuncia al film preferendo fare una serie tv, Mick non regge il colpo e si suicida.
È quindi la morte di Mick a scuotere Fred e a spingerlo a tornare sui suoi passi e decidere di accettare l'offerta della Regina: scopriamo che la moglie di Fred non è morta come invece si credeva, ma che è gravemente malata, e assistiamo infine al concerto diretto da Fred, al cui termine non ci sono applausi, ma solo l'immagine del ricordo di Mick, silenzioso, che guarda Fred mimando un binocolo: come aveva detto in precedenza durante il film, la giovinezza, da anziani, appare sempre così lontana.



Prima di intraprendere l'analisi, è doveroso che io sottolinei dov'è che tutta la critica ha sbagliato. Il film non parla della vecchiaia, signore e signori, il film parla della giovinezza(e sì che il titolo è abbastanza eloquente, eh...) Tutti i critici a dire che la pellicola affronta il tema della vecchiaia, che banalizza la vecchiaia, che rappresenta male come si invecchia.... cari signori, al centro del film c'è la giovinezza, come la vive chi la vive ancora, e come la ricorda chi l'ha vissuta. Tutti i personaggi che alloggiano nell'albergo sono anime in pena che si muovono come in un purgatorio perpetuo cercando di preservare il corpo nella giovinezza, è la giovinezza che diventa simbolo di una lotta infernale (quelle saune sono veri e propri gironi dell'inferno da Divina Commedia), quelle sono delle “non-persone” perché il messaggio vero, di fondo, è che tu sei qualcuno solo da giovane.
È da questo presupposto che bisogna partire ad analizzare i due protagonisti, Fred e Mick. Fred è uno che la pensa proprio così, che si è annullato, rinchiuso in se stesso, “dimenticatemi” dice ai francesi che vogliono scrivere un libro sulle sue memorie: svanita la giovinezza, svanisce la persona, così come svaniscono i ricordi. Mick, invece, non si rassegna a questa cosa, lui vuole disperatamente "essere" anche da vecchio, e quando sono altri che glielo impediscono, allora fallisce e crolla, e si toglie la vita. QUESTO è il messaggio di Sorrentino: tutto ruota intorno alla giovinezza, altro che vecchiaia e vecchiaia.



La giovinezza è alla base di tutti i personaggi di contorno, che sono tanti, e sono tutti meravigliosi: in primis il giovane attore Jimmy Tree (Paul Dano, in gamba), anche lui affetto dal problema di Fred, viene ricordato solo per aver interpretato un robot e nessuno si ricorda dei suoi grandissimi ruoli: lui vive la giovinezza e studia chi non ce l'ha più per interpretare Hitler nel suo prossimo film, e cosa dice alla fine? “Ho dovuto scegliere. Dovevo scegliere se interpretare l'orrore di Hitler, o il desiderio di Hitler. E guardando voi anziani ho scelto il desiderio”, ovvero il desiderio della giovinezza.
Ma anche tutti gli altri personaggi rappresentano la giovinezza: Miss Universo (Madalina Ghenea), nuda e splendente come una dea, è la giovinezza della passione; la coppia di anziani che non parlano mai al ristorante è la fine (o quasi) di quella stessa passione; la giovane massaggiatrice è la giovinezza che esplode al suo massimo, quando balla davanti ai videogiochi e non teme di toccare le altre persone, all'opposto della ragazzina prostituta che squallidamente ogni notte si vende ai vecchi dell'albergo accompagnata dalla madre: ecco, lei è la giovinezza negata; e poi c'è un disgustoso e invecchiato Maradona con Marx tatuato sulla schiena che vive nel ricordo della giovinezza del benessere fisico, all'opposto di Brenda Morel, l'attrice preferita di Mick, che la giovinezza la mantiene davvero, nonostante gli anni che passano: lei è e sarà sempre Brenda Morel, non esiste vecchiaia che le porterà via questa cosa.



La sceneggiatura e la regia, entrambe firmate Sorrentino, hanno sì delle pecche: alcune scene sono effettivamente kitsch (la direzione d'orchestra delle mucche, Maradona che palleggia con la pallina da tennis, il videoclip immaginario della popstar) e alcune inquadrature sono ai limiti del fastidioso (le lunghe passeggiate a inquadratura larga con il teleobiettivo, ad esempio), ma devo dire che del tutto inaspettatamente si ride molto nella prima parte, si pensa altrettanto nella seconda, e perfino il montaggio è meno statico del previsto, seppure i ritmi siano tipicamente sorrentiniani (leggi: lenti). Alcuni passaggi, però, è innegabile, sono emozionanti (Fred che si immagina la moglie malata che canta nel finale, ad esempio, o il suicidio di Mick davanti agli occhi di Fred, così a freddo che non te l'aspetti).
Ci sono forse troppe battute “didascaliche”, che vogliono dare a tutti i costi una morale e che appesantiscono alcune scene, troppi nudi integrali (di ambo i sessi) che nonostante la scusa del “nudo artistico” dopo un po' faticano a trovare un senso, ma la fotografia è spettacolare, ogni immagine è un quadro: c'è Fellini dietro, sì, ma c'è soprattutto Luca Bigazzi (direttore della fotografia) che approfitta alla grande delle spettacolari location svizzere, ma allo stesso tempo ben sa come si piazzano le luci negli interni e sa quando far muovere la macchina da presa. Le musiche sono decisamente appropriate e danno il giusto ritmo al film: iniziano subito con il piglio vivace della canzone di inizio pellicola, allegra e ritmata, e chiudono con la malinconia delle Canzoni Semplici di Fred cantate dalla soprano Sumi Jo (che interpreta se stessa), ma del resto la vita è così anche nella musica: all'inizio, nella giovinezza, si alzano i ritmi, man mano che si va avanti aumentano i pensieri, diminuiscono le risate, rallentano i ritmi, e la musica si fa malinconica come i ricordi.



In definitiva, una bella opera davvero. La critica dovrebbe imparare a distinguere le opere dagli autori e analizzare ogni film per quello che è, senza tirarsi dietro gli strascichi dell'autore (l'astio per l'immeritato Oscar a "La Grande Bellezza" è stato qui ampiamente sfogato).
Se l'avessi fatto io questo film, sarei forse stato dipinto come una piccola rivelazione italiana; invece Sorrentino è Sorrentino, ma io dico “chissenefrega”. Ho odiato “Il Divo”, “L'amico di famiglia”, “La Grande Bellezza”, tutti sopravvalutati. 
Ma QUESTO film è oggettivamente bello. E capisco che possa non piacere, per carità, ma ero al Festival di Cannes quando la stampa l'ha sommerso con fischi che coprivano gli altrettanti applausi.
Se questo film merita dei fischi, voi vi meritate i cinepanettoni.


Voto finale: 8.5

RGD: Unbroken

Normalmente inizio le mie recensioni dando qualche informazione di servizio sulla pellicola e un giudizio sintetico, prima di passare all'analisi completa. Stavolta, invece, comincio da un'opinione che ho maturato uscendo dalla sala. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: che fotografia!
Distratto dai molti impegni di questi giorni, scordavo che è del maestro Roger Deakins, che con Unbroken è alla dodicesima nomination all'Oscar in carriera - questa potrebbe essere la volta buona. Angelina Jolie non poteva fare scelta più saggia che affidare la fotografia del suo secondo lungometraggio da regista a un veterano di gran calibro come Deakins; il buon Roger ha fatto i salti mortali, infatti, per nascondere e compensare il vuoto totale di idee registiche dell'attrice (che nel film, però, non appare), la quale tuttavia ha avuto il coraggio di misurarsi con un'opera estremamente ambiziosa, di enorme portata realizzativa e basata su una non facile sceneggiatura (nemmeno troppo perfetta) dei fratelli Coen. 




Il film racconta la storia vera dell'italo-americano Louie Zamperini. Bambino sregolato e scostumato (fuma, beve e guarda sotto le gonne delle ragazze), Louie viene raddrizzato dal fratello Pete che insiste affinché egli sviluppi il suo talento per la corsa. E Louie lo sviluppa talmente bene che batte parecchi record e partecipa perfino alle storiche Olimpiadi di Berlino del 1936, quelle in cui il nero Jesse Owens vinse quattro ori in faccia a Hitler, stabilendo il record sul giro veloce in pista. Ma questi sono solo flashback: la realtà è molto più drammatica. Louie e due commilitoni, infatti, sono gli unici tre superstiti di un ammaraggio e sono bloccati senza cibo né acqua in balia delle onde su due piccoli gommoni. Vi rimarranno per 45 giorni, uccidendo pesci e gabbiani per sfamarsi e bevendo solo acqua piovana, nella costante paura di non essere divorati dagli squali. Uno di loro, Mac, non ce la fa e muore poco prima che Louie e Phillips (l'altro soldato) vengano catturati dai giapponesi e, dopo qualche mese di prigionia nella giungla, vengano portati a Tokyo e separati.



Louie, già allo stremo, viene rinchiuso in un campo di prigionia gestito dallo spietato caporale Watanabe, soprannominato l'Uccello anche per via del bastone di bambù con cui suole picchiare duramente i prigionieri. Watanabe prende di mira Louie per il suo carattere che non si spezza ("Unbroken", per l'appunto) e ogni occasione è buona per farlo riempire di botte. Il suo unico atto di clemenza è quello di mandarlo a parlare ad una radio giapponese e far sapere alla famiglia in America che è ancora vivo: quando però Louie rifiuta di diventare un traditore e collaborare coi giapponesi, Watanabe lo fa picchiare da ognuno dei suoi compagni di prigionia. 
Quando Watanabe viene trasferito, Louie e gli altri prigionieri apprendono che gli americani stanno per vincere la guerra e vengono spostati in una miniera di carbone, finendo nuovamente sotto il comando di Watanabe. Qui Louie affronta la prova più dura e umilia pubblicamente Watanabe dimostrando di non cedere di fronte alle sue violenze e torture. 
La guerra improvvisamente finisce: Louie e i compagni vengono liberati. Il film si conclude con il ritorno a casa e con le foto del vero Louie Zamperini, scomparso nel 2014 dopo aver corso qualche anno prima la maratona alle Olimpiadi di Tokyo, all'età di 80 anni.



Roger Deakins sforna immagini meravigliose una dopo l'altra, ma purtroppo per lui la regiadi Angelina Jolie si limita a questo: a metterle in sequenza. L'inesperienza dietro la macchina da presa dell'attrice traspare nel momento in cui si comincia a capire che ogni inquadratura è posizionata in quel determinato punto del film solo perché "è bella" e non perché "sta raccontando con un punto di vista particolare ciò che mostra, enfatizzando il significato del contenuto narrativo" (un concetto sottile da capire, non so se mi spiego: ogni inquadratura dovrebbe essere funzionale al racconto e non pura estetica). 
Il gran mestiere di Roger Deakins tappa le falle e cerca di fare da collante alla narrazione per immagini, ma purtroppo temo che mi siano venuti in mente almeno una decina di film da cui la regia di Unbroken scopiazza clamorosamente: Forrest Gump, Platoon, Nato il 4 di luglio, Il Cacciatore, Changeling, Django Unchained (se avete visto il film, vi verranno sicuramente in mente le scene a cui mi riferisco quando cito questi film).

C'è poi qualcosa di più spiacevole ancora, ed è determinato dalle pecche dellasceneggiatura, che vuole fare di Louie un martire (e può anche starmi bene) limitando purtroppo il suo soffrire soltanto alle violenze fisiche che subisce, una specie di The Passion di Mel Gibson (tanto per citare un altro film...) in cui ho sempre l'idea che se il protagonista smettesse di prendere botte (molte volte del tutto gratuite), tutto sommato non starebbe poi così male (forse solo nella miniera di carbone la sofferenza diventa autentica, ma anche lì è più che altro uno stremo fisico).
Manca invece la sofferenza dell'essere lontano da casa, manca il pathos, manca il legame affettivo, manca l'empatia: quest'uomo non ha conflitti interiori; va bene che è l'Unbroken, colui che non si spezza, ma accidenti!
La crudezza delle violenze ricorda 12 anni schiavo (tanto per citare un altro film...), ma non si piange mai, forse anche perché l'attore protagonista Jack O'Connell non convince del tutto (più bravo nella parte in mare che in quella nei campi di prigionia). Inoltre, è assai fuori luogo la scena politicamente corretta in cui vengono mostrate brevemente le sofferenze patite dai giapponesi sotto i bombardamenti americani: se stai facendo un film che vuole concentrarsi sulle atrocità giapponesi verso gli americani, vai fino in fondo, abbi il coraggio di insistere senza dimostrare che in guerra tutti sono cattivi, altrimenti snaturi e indebolisci quanto hai appena creato, a maggior ragione se il film è tutto protagonista-centrico.




Tuttavia il film non è affatto un disastro. Al contrario, ho enormemente apprezzato la maestosità dell'opera, la cui varietà di scenografie e soprattutto di location è davvero notevole, un continuo cambiamento di scenari che a volte frastorna, al punto che l'intera sequenza (oltre mezz'ora) di Louie e gli altri due sperduti in mare sembra nettamente separata dal resto (anche se ruba idee da All is Lost, tanto per citare un altro film...); tuttavia colpisce e ammalia, anche grazie all'ottimo lavoro del reparto tecnico (make-up, costumi, effetti speciali, colonna sonora, montaggio, audio e montaggio sonoro - questi ultimi nominati ai prossimi Oscar). 

Si respira una certa aria di "quasi riuscito" intorno a questa pellicola, che per fare un paragone calcistico sembra il Real Madrid allenato dallo zio Pino. Tuttavia voglio premiare Angelina Jolie per il coraggio dimostrato nel volersi cimentare in un film così impegnativo e per essere riuscita a veicolare bene il messaggio che durante la guerra le persone vengono "spersonalizzate" (centinaia sono i volti delle comparse, tutti davvero uguali uno all'altro, si fa fatica a riconoscerli).
Se Deakins saprà (e soprattutto vorrà) aiutare Angelina a diventare una brava regista, il terreno è fertile. C'è da lavorare parecchio, però, magari la prossima volta affrontando una sceneggiatura di proporzioni ridotte per farsi le ossa e imparare a padroneggiare meglio la macchina da presa a livello concettuale più che pratico, e soprattutto senza scopiazzare dai sacchi di farina altrui.


Voto finale: 6.5
(con mille grazie a Roger Deakins, grazie davvero)

RGD: Il Nome del Figlio

Il cinema italiano fatto bene non ha mai smesso di esistere; purtroppo è sempre più difficile da trovare, sommerso dalle mega-produzioni hollywoodiane, dai film di cartello, da alcuni capolavori esteri e dal cinema nostrano di scarsa (o assente) qualità. Quando lo trovi, però, è come una boccata d'aria fresca. E' questo il caso di Il nome del figlio, ultima opera di Francesca Archibugi, anche sceneggiatrice (insieme a Francesco Piccolo) oltre che regista. Prodotta dall'indipendente Motorino Amaranto con la collaborazione di Rai Cinema e Sky Cinema HD, la pellicola è tratta dall'opera teatrale francese Le Prénom di Alexandre de la Patelliére e Matthieu Delaporte, ed è il remake italiano e italianizzato del film transalpino Cena fra amici




Il film, interamente ambientato in una bella e signorile casa romana situata però in un quartiere "povero" accanto alla ferrovia, racconta della cena che riunisce un gruppo di amici imparentati fra loro. I padroni di casa, Betta e Sandro, si conoscono da quando sono ragazzini: lei ora è una casalinga tuttofare in cerca di un lavoro come insegnante di ruolo e costantemente alle prese con i due figli nati dalla coppia, Pin e Scintilla (nomi decisamente fuori dal comune), lui invece è un professore universitario di sinistra, serioso e maniaco di Twitter, amante della cultura intesa nel suo senso più alto, ma sempre più assente dalle dinamiche familiari; probabilmente lui deve tutto alla famiglia di lei, i Pontecorvo, famosa famiglia ebrea di Roma: l'ingerenza dello scomparso padre Emanuele Pontecorvo, eroe della Resistenza, non ha mai smesso di far sentire il suo peso. 
A cena sono invitati anche Paolo e Simona: Paolo è il fratello di Betta (un Pontecorvo anche lui), agente immobiliare per appartamenti di lusso, imprenditore moderno, tutta apparenza niente sostanza, amante degli scherzi pesanti (anche pesantissimi), egocentrico e un po' superficiale; Simona, sua moglie, è autrice del nuovo bestseller italiano, una specie di "50 sfumature di grigio", del quale però ha scritto solo pochi capitoli; è affascinante, burina, ignorante, ma di buoni sentimenti. Quinto e ultimo commensale è Claudio, storico amico di famiglia, single incallito, musicista, ha dedicato la sua vita alla musica, si veste come Lucio Dalla, ama i profumi, gli incensi e vive di arte. 
Fra i cinque, però, ci sono moltissime tensioni: Betta ha una specie di amante, ma solo Claudio lo sa; Sandro è geloso del successo di Simona, Claudio nasconde un imbarazzante segreto a tutti, Paolo pensa che Claudio sia gay. Tutto questo resta nascosto finché a Paolo non viene l'idea di uno scherzo esagerato: il figlio che lui e Simona aspettano si chiamerà Benito. E' la goccia che fa traboccare il vaso: da scherzo a dramma familiare il passo è breve, e inizia una girandola di scene divertenti e drammatiche in cui tutti vuotano il sacco su tutto, e la cena diventa al veleno: soltanto la nascita del bambino (che poi è una bambina!) e l'amicizia decennale impediranno la rottura di ogni rapporto e il ripristinarsi degli affetti. 




Il film della Archibugi è il frutto di una brillante sceneggiatura, in particolare dei suoidialoghi: ritmi serratissimi, parole a fiume, personaggi perfetti, colpi di scena al momento giusto, una corretta gestione dei climax; forse la pecca della scrittura sta nel non essere mai troppo comica, né troppo drammatica (una specie di aurea mediocritas che a tratti sarebbe stato meglio superare). Il montaggio e la regia dettano il tempo, veramente ben studiati per ritmo e inquadrature (svolgendosi tutto in un grande salone, il rischio di tramutare la storia in un mattone era grosso): la Archibugi osa e sforna un paio di piani sequenza degni dei grandi maestri (la scena della litigata nel cortiletto e il triplo giro intorno al tavolo durante una chiacchierata), e introduce l'uso del drone come standard per le inquadrature esterne e soprattutto interne, sfruttando l'escamotage di un elicotterino telecomandato da Pin e Scintilla. 
Le battute non scadono mai nel volgare e i dialoghi spaziano dalla letteratura alla politica, dai rapporti umani alla filosofia, mescolando cultura popolare moderna (la ginnastica domestica) e grandi mostri della narrativa (Melville su tutti): ci vuole Cultura per cogliere ogni parola appieno, il pubblico dei cinepanettoni si perderebbe 3/4 delle battute. 





Eccellente prova delle maestranze tecniche (oltre alla regia e al montaggio, la fotografiasforna dei bei colori caldi, facendosi ampiamente perdonare l'imperdonabile fuori fuoco nell'inquadratura aerea iniziale, e l'audio in presa diretta non presenta difetti rilevanti), ma soprattutto ottimo lavoro del cast; ogni attore è azzeccatissimo per la sua parte: Alessandro Gassmann è un Paolo perfetto, Valeria Golino non si sottrae all'avanzare degli anni interpretando la sofferente Betta, Luigi Lo Cascio dà il meglio di sé nel ruolo dell'intellettualoide come Sandro, Micaela Ramazzotti per fare la burina sembra esserci nata (e in questo caso è un pregio), e finalmente una grande prova di Rocco Papaleo, che si schioda di dosso il ruolo di comico meridionale e dà vita ad un Claudio intelligente, acculturato e in alcuni punti sinceramente emotivo (finalmente vediamo anche le corde drammatiche dell'attore). Nota dolente, le colonne sonore: a volte troppo alte di volume e piuttosto fastidiose nelle scene iniziali. 



Si esce dalla sala rinfrancati dopo la visione del film: anche se l'idea è francese, il film è 100% italiano e rincuora sapere che esiste ancora chi sa fare cinema nel nostro Paese. 90 minuti che scivolano via veloci, creando un bell'equilibrio nel rompere gli equilibri dei personaggi; mancano davvero solo i due estremi (la battuta memorabile e la lacrima sincera), e qualche finezza qua e là, ma in quei cinque personaggi c'è il ritratto di ogni famiglia italiana, e questo basta.
Consigliato.


Voto finale: 7.5

RGD: La Teoria del Tutto

Recentemente notavo come quest'anno la battaglia per l'Oscar per il miglior attore protagonista sia una sfida a due fra uomini che interpretano geni della scienza, e nello specifico il Benedict Cumberbatch/Alan Turing di The Imitation Game (già recensito) e l'Eddie Redmayne/Stephen Hawking di La Teoria del Tutto. La volta scorsa davo per scontata la vittoria di Cumberbatch, anche perché Redmayne è fresco di Golden Globe... eppure probabilmente mi sbagliavo, perché il giovane londinese ha dato prova di meritarsi ampiamente l'incredibile doppietta, regalando al bel film di James March (autore di pregevoli documentari come Man on Wire e Project Nim) un enorme valore aggiunto. Piccola curiosità: se vincesse davvero l'Oscar, un certo riconoscimento al rivale Cumberbatch dovrebbe conferirlo, dal momento che fu proprio Cumberbatch a interpretare Stephen Hawking in un film inglese per la tv nel 2004. 

 


La Teoria del Tutto è il motore che muove e ispira la sfortunata vita del geniale cosmologo e astrofisico di Oxford, è l'equazione unica ed elegante che spiega in un colpo solo tutto ciò che c'è da sapere sull'Universo; un'equazione che Stephen Hawking cercherà per tutta la vita, una vita che nel film viene ripercorsa dal 1963 (anno della sua iscrizione all'Univeristà di Cambridge) al 1988 (data di pubblicazione del suo libro più famoso, "Breve storia del tempo"), 25 anni in cui seguiamo però fondamentalmente la vita privata dello scienziato (il film è infatti tratto dalla biografia della ex moglie, Jane Hawking). 
La pellicola prende quindi il via dalla sera in cui Stephen, ancora giovane e apparentemente sano, conosce Jane, una fervente religiosa studentessa di lettere straniere, così diversa da lui eppure così compatibile. Fra i due nasce un forte amore, e la carriera accademica di Stephen sembra procedere a gonfie vele, soprattutto dopo lo sviluppo degli studi sull'origine dell'Universo ispirati dalle teorie del matematico Roger Penrose. Tuttavia a Stephen viene diagnosticata una grave forma di atrofia muscolare progressiva, detta malattia del motoneurone: il suo cervello perderà irrimediabilmente il controllo di tutti i muscoli volontari con l'andare del tempo, e la sua aspettativa di vita (così gli dicono) sarà di appena 2 anni. 
L'amore di Jane, però, è più grande e contro il parere di tutti i due si sposano e hanno tre figli (le funzioni sessuali di Stephen, così come quelle cerebrali, non sono intaccate); la malattia dello scienziato non gli accorcia la vita (oggi ha 72 anni), ma i rapporti familiari sono sempre più compromessi: per fortuna c'è il giovane Jonathan, direttore del coro della chiesa e vedovo, che accetta di aiutare Jane nella gestione del marito e dei bambini. Fra Jane e Jonathan nasce un sentimento che Stephen coglie e comprende, ma il sacrificio di Jane verso il marito diventa totale quando, dopo un malore, allo scienziato viene effettuata una tracheotomia che gli toglie anche l'uso della parola. I computer permettono a Stephen di parlare e gli ridanno nuova forza: pubblica quindi il libro "Breve storia del tempo" e diventa sempre più famoso a livello globale per le sue teorie scientifiche rivoluzionarie; perderà tuttavia Jane per sua scelta, preferendole la nuova infermiera, con la quale si sposerà. Stephen e Jane (risposatasi con Jonathan) rimangono amici ancora oggi. 




Il titolo potrebbe essere fuorviante: delle teorie scientifiche di Hawking c'è ben poco nel film, esse vengono lasciate dalla sceneggiatura in secondo piano, in sottofondo, non sono il centro della narrazione. Piuttosto la Teoria del Tutto è da ricercare nei rapporti umani e nell'amore; meravigliosa la scena finale che ripercorre a ritroso tutto il film grazie ad un ottimo montaggio, ritornando al punto di partenza; e così, come tornando indietro nel tempo si risale all'origine dell'Universo, tornando indietro nella propria vita si risale all'origine del Tutto: il momento in cui nasce l'amore fra due persone. 



Ci si commuove molto nel film di James March, la cui regia offre scene intense che sono veri propri punti fermi del film (la scena in cui Hawking si siede sulla sedia a rotelle da cui non lo vedremo alzarsi mai più, o la scena della separazione fra Stephen e Jane) e sfrutta ampiamente (e saggiamente) i dettagli e i primi e primissimi piani, enfatizzando gli occhi e le emozioni dei personaggi. E' così che riusciamo ad apprezzare il magistrale sforzo interpretativo di Eddie Redmayne: una cura del particolare, dei movimenti del proprio corpo e di ogni singolo muscolo così precisa e accurata non si vedeva dai tempi di Rain Man con Dustin Hoffman; Redmayne è talmente realistico (e ben truccato, complimenti al reparto make-up) che per lunghi tratti ci si dimentica che stiamo guardando un attore; a volte sono le dita, altre volte le palpebre, e poi la bocca che articola sempre meno le parole, e quegli occhi che parlano anche quando Hawking non può parlare più: epico. Talmente epico da oscurare l'ottima performance di Felicity Jones nel ruolo di Jane (anche lei nominata all'Oscar, anche se si ispira molto alla Jennifer Connelly di A Beautiful Mind, guarda caso vincitrice di Oscar), una donna forte, che dà tutta se stessa, che affronta difficoltà, pregiudizi, malelingue, e sacrifica le proprie passioni per amore di Stephen, e che non riesce a smettere di sentirsi in colpa per i sentimenti che prova per Jonathan (Charlie Cox, bravo a sua volta) nonostante il marito la comprenda. Difficile scegliere la scena meglio interpretata, ma direi che decisamente emozionante è quella in cui Stephen rinuncia a usare la tavoletta con le lettere e preferisce scandire col labiale "I love you" alla moglie, nonostante lei abbia appena autorizzato la tracheotomia che gli ha tolto l'uso della parola.
La colonna sonora di Johann Johansson (registrata nei mitici studi di Abbey Road) dà il suo enorme contributo, con temi bellissimi ed eccezionalmente appropriati (giusta nomination all'Oscar). 



Certo, il film non è esente da alcune pecche grossolane che impediscono di sfornare il capolavoro: pecche narrative (la scena della conferenza stampa è eccessivamente retorica e sembra voler inserire a tutti i costi le citazioni più famose di Hawking), stilistiche (le spiegazioni scientifiche ridotte a paragoni con la verdura mi sembra un eccesso gratuito) e soprattutto tecniche (continue inquadrature sottofuoco, e in generale una fotografia non particolarmente memorabile).

Tuttavia il coraggio di realizzare un biopic su un personaggio ancora in vita va apprezzato, in particolare per il messaggio che vuole lanciare: alla fine, la Teoria del Tutto è che l'Universo è una cosa sola, una singola particella elementare, e quindi anche noi e i nostri sentimenti lo siamo. Il cosmo è nei nostri cuori. 


Voto finale: 8.5
(ma senza Eddie Redmayne era un 7.5)

RGD: Ouija

Film horror, a questo giro. Basso budget (secondo gli standard americani), appena 5 milioni di dollari. Regia di Stiles White, giovane autore semisconosciuto alla sua prima esperienza internazionale; scrive egli stesso la sceneggiatura insieme a Juliet Snowden. Si sa, i film horror sono fra i più difficili da realizzare, insieme alle commedie: mentre tutti piangono infatti per le stesse cose (addii, separazioni, morti, sofferenze), le persone si spaventano per cose diverse, e ridono per cose diverse, e trovare un tema e una tecnica realizzativa che spaventino o divertano tutti non è affatto semplice. Inoltre, l'horror ha bisogno di un reparto tecnico di grandissimo livello: se fotografia, montaggio, montaggio sonoro, post-produzione audio e regia non sono all'altezza, emergono violentemente tutte le carenze che di solito caratterizzano sceneggiatura e cast in questo filone di cinema. 
Devo ammettere che Ouija non se la cava male e, sebbene la storia e i personaggi siano del tutto irreali e pieni di incongruenze, il lavoro della troupe compensa ampiamente le mancanze e consente di trovarsi di fronte ad uno spettacolo tutto sommato gradevole. 



La storia, come in quasi tutti gli horror, è di una banalità impressionante: la giovane e bellissima Debby si impicca dopo essere stata posseduta da uno spirito malvagio che vive nella sua casa. Mentre tutti pensano ad un suicidio causato da una depressione nascosta, la migliore amica della defunta, Lane, si convince che è accaduto qualcosa di soprannaturale, anche perché lei e Debby da bambine giocavano spesso con una vecchia tavoletta Ouija e fingevano di evocare degli spiriti. Lane convince quindi il suo fidanzato Trevor, il ragazzo della defunta, sua sorella Sarah e un'altra amica a rispolverare la tavoletta e provare a interrogare la morta. Naturalmente così facendo si scatenano di nuovo gli spiriti della casa, in particolare quello di una bambina con la bocca cucita e della sua perfida madre. Segue prevedibilissima ecatombe, con tanto di deus ex machina che comunica alla protagonista cosa fare per liberarsi degli spiriti (unica novità: i consigli sono menzogne che invece di migliorare peggiorano la situazione). Alla fine sarà lo spirito della defunta Debby ad aiutare Lane a salvarsi e a distruggere la tavoletta e gli spiriti stessi. Non può mancare il solito finale aperto: la ragazza si è dimenticata di distruggere la plancia della tavoletta. 




Certo, andare in sala per vedere un film horror richiede una certa preparazione alle incongruenze, per questo non starò a fare le pulci al film, la cui sceneggiatura, che dimentica completamente di contestualizzare i personaggi, tutto sommato si fa seguire (benché il 70% degli avvenimenti accade soltanto perché "deve per forza accadere" e alcune situazioni siano ai limiti del paradossale: perché evocare gli spiriti solo di notte in una casa vuota se la tavoletta Ouija funziona dappertutto e a qualunque ora? E perché i personaggi si trovano sempre nelle tenebre pronti a saltar fuori con un "ciao come va?" soltanto per far spaventare lo spettatore? E perché lo spirito dovrebbe accendere i fornelli? E così via...)




Il vero problema del film è rappresentato dal giovane cast, costituito da tanti volti freschi di accademia di recitazione, ma privo di bellezze memorabili che di solito costellano queste pellicole (se non altro per tenere alta l'attenzione), a partire dalla non particolarmente attraente protagonista Olivia Cooke (già presente in Le origini del male): è vero che un altro requisito dell'horror è quello di non presentare attori famosi, ma non ho mai visto un horror hollywoodiano recitato in modo così apatico, al punto quasi da vanificare gli sforzi del reparto tecnico, che invece svolge un lavoro egregio: la fotografia di David Emmerichs è sinceramente sublime, con atmosfere e inquadrature sempre perfette, e la regia si lascia spingere in scelte di maniera, ma molto efficaci, con la telecamera mai ferma, sebbene rinunci all'uso di piani sequenza (a mio parere indispensabili in un horror); le colonne sonore sono belle e coinvolgenti e il montaggio sonoro sfrutta alla perfezione i meccanismi della stereofonia per rendere inquietanti anche le scene più tranquille. Trucco ed effetti speciali/visivi si difendono alla grande, ma come spesso accade deludono quando si tratta di rappresentare il Male (se il lavoro sulle pupille degli attori quando vengono posseduti è di alto livello, ancora una volta invece gli spiriti sono praticamente degli zombie tumefatti che camminano a scatti e accartocciati su se stessi). 



Il film ha incassato 75 milioni di dollari nel mondo: un ottimo successo, soprattutto considerando che ne è costati soltanto 5, e devo dire che nel complesso sono soldi meritati. Se non sapete cosa fare, è perfetto per una serata fra amici, senza troppe pretese, se non quella di sperare (giustamente) che per il prossimo film si scelga un vero cast. 


Voto finale: 6 

RGD: The Imitation Game

La battaglia per gli Oscar e per i Golden Globe come miglior attore protagonista quest'anno è probabilmente una lotta fra attori che impersonano geni della matematica e della fisica. Il primo round ai Golden Globe se l'è aggiudicato Eddie Redmayne per La teoria del tutto in cui interpreta un giovane Stephen Hawking, e deve aver fatto davvero un eccellente lavoro per sconfiggere il Benedict Cumberbatch di The Imitation Game, che penso si prenoti di diritto una statuetta dell'Academy, pareggiando i conti per il suo calarsi nei panni di Alan Turing. Sì, perché il film del regista norvegese Morten Tyldum (già autore del più grande successo del suo Paese, il film Headhunter) è una pellicola di rara bellezza, con un protagonista di ancor più rara bravura (per i fans che adorano Benedict nella serie televisiva Sherlock questa interpretazione sarà un vero visibilio). 




Il film racconta, quindi, la storia vera di Alan Turing, matematico e crittoanalista britannico, che durante la Seconda Guerra Mondiale mette le proprie abilità al servizio dell'esercito di Sua Maestà allo scopo di decrittare i messaggi in codice che i tedeschi si mandano usando la macchina Enigma; costretto dal generale Denniston a lavorare in squadra con altri crittografi guidati dall'intelligentissimo (e belloccio) Hugh Alexander, Turing è convinto che per battere la macchina nazista serva un'altra macchina e così, contro il parere di tutto e di tutti (eccetto quello di Winston Churchill in persona), fa costruire un ambizioso e costoso calcolatore meccanico che possa velocemente passare in rassegna i "159 milioni di milioni di milioni" di combinazioni di crittografia che la macchina Enigma può elaborare, anche perché ogni notte a mezzanotte la combinazione cambia e i crittografi dovrebbero ricominciare da capo il calcolo. I rapporti fra Turing e gli altri membri della squadra sono sempre ai limiti della tensione: Turing è arrogante, dal comportamento asociale, perso nella sua mente e solo parzialmente avulso dalla realtà; a molto serviranno il lavoro e la compagnia di Joan Clarke, brillante matematica e crittografa che Turing stesso assume per concorso e che chiederà in moglie per poterla tenere vicino a sé. In realtà Turing nasconde un grande conflitto interiore, che si porta dietro fin dai tempi del college: la sua omosessualità, obbligatoriamente nascosta dal momento che fino al 1967 in Gran Bretagna costituiva reato penale. E' così che il film, abilmente e fin dal principio, sfrutta i meccanismi della narrazione per spostarsi dalla storia principale ad un flashback nel 1928, in cui scopriamo la struggente storia d'amore mai sbocciata fra il piccolo Alan (date un premio a quel ragazzino, che ha imitato Benedict Cumberbatch alla perfezione!) e il suo compagno di studi Christopher, morto per tubercolosi (Christopher è il nome che Turing dà alla sua macchina). Ma non solo: abbiamo anche dei flash forward ambientati nel 1951, quando un detective di Manchester viene chiamato a indagare su un presunto furto in casa di Turing, e che bonariamente costringe il matematico a confessargli tutta la sua storia segreta riguardo alla macchina e all'omosessualità. Purtroppo il film non ha lieto fine: condannato per oscenità, Turing sceglie come condanna la terapia ormonale anziché il carcere, e dopo un anno di farmaci estremamente debilitanti si suicida. 



Un personaggio non semplice, quello di Alan Turing, che Benedict Cumberbatch interpreta magistralmente: movimenti, tremolii, andatura, balbuzie, battuta pronta, sottile ironia nel non capire l'ironia, conflitti interiori costantemente presenti, omosessualità mai macchiettistica, tutti suggerimenti trasferiti anche al giovane attore che interpreta Alan ragazzino. 
Raramente un film può vantare un protagonista del genere, valorizzato da una sceneggiatura brillantemente costruita dall'autore Graham Moore attraverso i continui salti temporali che si raccontano a vicenda, una sceneggiatura che si concede anche qualche sfizio meta-cinematografico (Turing che fa fare al detective il gioco dell'imitazione su se stesso) e che non cede mai alla provocazione, non calca sul tema dell'omosessualità, ha i giusti momenti di ironia e commozione e si muove verso il finale negativo in cui finalmente Turing/Cumberbatch cede alla disperazione, talmente distrutto dai suoi drammi interiori da dimenticare quasi il beneficio che il suo lavoro ha portato, nonostante lui e il suo team fossero schiacciati dal peso della segretezza, del decidere chi salvare e chi lasciar morire sotto le bombe tedesche, dalle menzogne verso l'opinione pubblica, dal giocare a fare Dio. Una sceneggiatura che inserisce anche elementi di spionaggio (l'agente dell'MI6 che introduce una spia sovietica nel team di Turing all'insaputa perfino di Churchill) e che mescola abilmente verità storiche e drammi personali, usando sempre nei dialoghi un linguaggio appropriato al periodo storico.



Cast di supporto davvero notevole, a partire dalla buona prova di Keira Knightley nel ruolo di Joan Clarke e di Matthew Goode nel ruolo di Hugh Alexander; sempre affascinante e dall'impeccabile stile british Charles Dance (ai più giovani noto per il suo ruolo come Tywin Lannister nella serie Game of Thrones). Reparto tecnico d'assalto con unafotografia perfetta e ben contrastata che usa le sfumature cromatiche per far capire il momento storico (immagini tendenti al giallo e al bianco per il flashback, rosse e calde per la storia principale, blu e fredde per il flash forward), scenografie e costumi meravigliosi e fedelissimi all'epoca storica raccontata, colonna sonora presente, imponente e pertinente,montaggio che scandisce bene il ritmo senza essere mai invadente. Unico neo gli effetti speciali che ricostruiscono le brevissime scene di guerra e i bombardamenti, non all'altezza del resto del film e di qualità discutibile. 



Le scritte in sovraimpressione durante il suggestivo finale rendono onore e giustizia ai meriti di Alan Turing, il cui lavoro anticipò di due anni la fine della guerra, stimando la salvezza di 14 milioni di persone, e fu capostipite degli studi che permisero poi di sviluppare i computer; oggi è soprattutto conosciuto per il suo "test" che mira a scoprire se le macchine possono pensare e mimetizzarsi fra gli esseri umani. Eppure il film rende giustizia soprattutto ai suoi meriti personali, ai suoi caratteri di essere umano, al suo genio e alla sua follia, da sempre segnati da un confine labile e sottilissimo.

Scandalosamente ignorato dai Golden Globes, spero che il film si conquisti le tanto meritate statuette d'oro, non solo per lo straordinario lavoro di Cumberbatch e di tutti, ma perché il regista Morten Tyldum (fino ad oggi sconosciuto ai più) rientra perfettamente in quella categoria di persone descritte dal motto del film: "a volte sono le persone che nessuno immaginava potessero fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno poteva immaginare". 

Voto finale: 8.5

RGD: American Sniper

Clint Eastwood, forte dei suoi 31 premi personali ottenuti in carriera fra Oscar, Golden Globe, David di Donatello e Director's Guild, probabilmente non se ne interessa, ma in realtà si sottopone di nuovo all'attento esame del pubblico dopo due film sottotono (per non dire bruttini) come Hereafter e soprattutto J.Edgar; la speranza mia e di tutto il pubblico è quella di rivedere capolavori del calibro di Million Dollar Baby, Changeling Gran Torino, quei capolavori che gli hanno permesso di ottenere i 31 premi sopracitati. 
Clint sceglie invece di nuovo la via del film di guerra e con American Sniper si rimette nella strada dei suoi due film bellici più riusciti (Flags of our Fathers e Letters from Iwo Jima). Questa volta, insieme al suo attore protagonista Bradley Cooper (e diamoglielo un Oscar, accidenti), produce un biopic per noi europei (e per larga parte degli americani) piuttosto controverso e racconta la storia recentissima di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia delle milizie americane, e lo fa con gusto, con grandissimo mestiere e ottima capacità di entertaining, non senza qualche piccola pecca nella costruzione drammaturgica. 



Il film si apre con la sequenza che, saggiamente, è stata utilizzata come teaser trailer: Chris Kyle si trova sul tetto di un edificio in Iraq, con una donna e un bambino armati di granata nel suo mirino. La tensione è alle stelle dopo soli 40 secondi: prima di sapere se premerà il grilletto, però, è bene conoscere l'uomo che imbraccia il fucile. Inizia quindi un breve flashback in cui vediamo un Chris bambino ricevere gli insegnamenti di suo padre: "Ci sono solo tre tipi di persone al mondo: le pecore (i deboli), i lupi (i cattivi) e i cani pastore (quelli che proteggono le pecore dai lupi). Io non allevo pecore e ti ammazzo di cinghiate se diventi un lupo. Il tuo obiettivo è proteggere". Quella breve sequenza a tavola è la più importante dell'intero film: le parole del padre, quell'insegnamento, quella missione di vita che è proteggere e salvare gli altri, sono il controverso manthra che Chris Kyle ripete a se stesso per tutta la vita, a volte anche come scusa. 
Gli attentati islamici alle basi americane in Iraq e Afghanistan spingono Chris ad arruolarsi nei Navy Seals e, dopo gli attentati dell'11 settembre, a iscriversi nella divisione cecchini. Terminato il durissimo addestramento (per fortuna Clint ha saltato tutti gli stereotipi pseudo-divertenti alla Full Metal Jacket), il flashback prosegue raccontando l'incontro fra Chris e Taya, la sua futura moglie. Lui all'inizio brillante e animato da seria passione per lei e per il proprio Paese, lei titubante, nervosa (non si sa per cosa), poi via via sempre più disinvolta e innamorata, fino al matrimonio. Proprio in quel giorno arriva la chiamata: Chris e il suo plotone vengono spediti in Iraq. Si ritorna alla scena iniziale, donna e bambino sotto tiro; Chris li uccide entrambi: le sue prime vittime. 
Dopo un breve turbamento, inizia la metamorfosi del personaggio e il film prosegue raccontando a fasi alterne i quattro turni militari di Chris in Iraq (in cui le cose che vede e che fa sono sempre più terribili e sfortunate, nel tentativo di uccidere il letale cecchino siriano Mustafa) e i quattro rispettivi rientri a casa dalla sua famiglia: con Taya ha due figli, ma la sua mente rimane sempre al fronte, tormentata da Mustafa e dagli echi della guerra, con il suono dei mitra che gli torna alla mente quando sente un trapano in funzione, lo stesso trapano con cui ha assistito all'uccisione di un bambino. 
Dopo una tesissima battaglia in una tempesta di sabbia, Chris riesce ad uccidere Mustafa e a salvare se stesso e i compagni per miracolo, e decide di rientrare a casa definitivamente. Ma la guerra non lo abbandona e i soldati sono la sua nuova famiglia: grazie all'estrema forza di volontà della moglie, però, Chris riesce a trovare una nuova missione nella vita con cui allontanare gli spettri del passato: aiutare i reduci, rimasti feriti, mutilati o soli. Ed è questo che porterà Chris alla morte: il 2 febbraio 2013 viene assassinato da un reduce che Chris cercava di aiutare. 
Il film si chiude con le vere immagini di Chris e famiglia, e del suo funerale. 



Partendo dall'aspetto tecnico, c'è poco da dire: la fotografia è perfetta per il film, calda, arida e verde-giallastra, come le divise dei militari, anche se manca di punti-luce forti e i contrasti non sono troppo calcati. Il montaggio è ottimo, permettendo al film non solo di raccontare le fasi alterne di Chris ma anche quelle di battaglia senza mai cadere in confusione. Menzione d'eccellenza per il montaggio sonoro, ottimo nella post-produzione, con i colpi di pistola a volume diverso a seconda di dove è posizionata la macchina da presa, e gli echi delle battaglie nelle orecchie di Chris, un sonoro costante che riempie la quasi totale assenza di colonna sonora (perfino nei titoli di coda che sono muti, dopo le immagini del funerale di Chris - una chicca d'autore, una sorta di minuto di silenzio per la sua morte e per tutte le morti raccontate); le scenografie sono perfette e il Marocco è stato ottimamente ricostruito per riprodurre fedelmente l'Iraq; eccellente il cast: Bradley Cooper si conquista meritatamente una nomination agli Oscar, enormemente ingrossato a livello muscolare dopo il vero addestramento coi Navy Seal per essere credibile, e ottimo nelle parti drammatiche (particolarmente bravo nella scena in cui, al quarto turno in Iraq, spera di non dover sparare ad un bambino, e nella scena in cui diventa furioso nella nursery quando le infermiere trascurano la sua bambina che piange); Sienna Miller forse nella sua miglior performance in carriera nel ruolo di Taya, fragile e decisa allo stesso tempo, innamorata e affranta, non abbonda in lacrime e isterismi e mostra una continua tensione interiore in maniera magistrale; il cast di contorno (soldati, milizie afghane, cecchini) è credibile e caratterizzato. 



Ma forse il merito è della sceneggiatura, che affronta con attento equilibrio un tema delicatissimo (per questo inizialmente lo definivo controverso): stiamo comunque parlando della vita del più letale cecchino d'America, con oltre 160 uccisioni sulle spalle. Si vanno a toccare temi delicatissimi come la necessità dell'intervento armato, il patriottismo, l'omicidio: quanto il "proteggere" amici e patria legittima l'uccisione di bambini a sangue freddo? Inoltre il rischio di dipingere gli iracheni come i "cattivi a tutti i costi" era altissimo: la sceneggiatura si barcamena bene, generando un film che ruota tutto intorno al protagonista (anche se è esagerato che lui sia davvero il migliore in tutto quello che fa), per cui non c'è la pretesa di dare un'opinione assoluta, ma solo l'opinione del protagonista, il risultato dei suoi pensieri a seguito della sua crescita personale e delle sue esperienze di vita al fronte e a casa. La regia di Clint Eastwood, noto repubblicano e sostenitore degli interventi armati, pur esprimendo la propria chiara opinione in merito, non cade nei classici eccessi di americanismo e patriottismo e rimane misurata, precisa, con inquadrature efficaci e il suo tipico stile intimistico, anche se le scene di battaglia sono forse fra le migliori nel cinema di guerra. 



Un film che non lascia indifferenti, che spinge a porsi domande di tragica attualità (soprattutto dopo il recente inasprirsi delle tensioni fra occidente e ISIS, con gli attentati di Parigi), la cui unica pecca è forse quella di avere fretta di raccontare le cose, soprattutto quelle che riguardano la famiglia di Chris, il suo rapporto con la moglie e la sua vita negli USA: è come se la guerra non solo richiamasse il suo protagonista, ma anche il regista. Una scelta voluta? Può darsi. Il rammarico è che, così facendo, si fatica ad identificarsi nel protagonista, il che va a scapito dell'empatia.

Clint osa, racconta e si rimette in pista con la storia vera di un uomo che a volte smette di essere umano: impresa non facile, un tentativo estremamente apprezzabile, ma è difficile toccare le corde emotive più intime di un pubblico con un argomento del genere. Con un po' di identificazione in più sarebbe stato un altro grandissimo capolavoro, mentre rimane "soltanto" un film di buon pregio.


Voto: 7.5