domenica 14 giugno 2015

RGD: Ouija

Film horror, a questo giro. Basso budget (secondo gli standard americani), appena 5 milioni di dollari. Regia di Stiles White, giovane autore semisconosciuto alla sua prima esperienza internazionale; scrive egli stesso la sceneggiatura insieme a Juliet Snowden. Si sa, i film horror sono fra i più difficili da realizzare, insieme alle commedie: mentre tutti piangono infatti per le stesse cose (addii, separazioni, morti, sofferenze), le persone si spaventano per cose diverse, e ridono per cose diverse, e trovare un tema e una tecnica realizzativa che spaventino o divertano tutti non è affatto semplice. Inoltre, l'horror ha bisogno di un reparto tecnico di grandissimo livello: se fotografia, montaggio, montaggio sonoro, post-produzione audio e regia non sono all'altezza, emergono violentemente tutte le carenze che di solito caratterizzano sceneggiatura e cast in questo filone di cinema. 
Devo ammettere che Ouija non se la cava male e, sebbene la storia e i personaggi siano del tutto irreali e pieni di incongruenze, il lavoro della troupe compensa ampiamente le mancanze e consente di trovarsi di fronte ad uno spettacolo tutto sommato gradevole. 



La storia, come in quasi tutti gli horror, è di una banalità impressionante: la giovane e bellissima Debby si impicca dopo essere stata posseduta da uno spirito malvagio che vive nella sua casa. Mentre tutti pensano ad un suicidio causato da una depressione nascosta, la migliore amica della defunta, Lane, si convince che è accaduto qualcosa di soprannaturale, anche perché lei e Debby da bambine giocavano spesso con una vecchia tavoletta Ouija e fingevano di evocare degli spiriti. Lane convince quindi il suo fidanzato Trevor, il ragazzo della defunta, sua sorella Sarah e un'altra amica a rispolverare la tavoletta e provare a interrogare la morta. Naturalmente così facendo si scatenano di nuovo gli spiriti della casa, in particolare quello di una bambina con la bocca cucita e della sua perfida madre. Segue prevedibilissima ecatombe, con tanto di deus ex machina che comunica alla protagonista cosa fare per liberarsi degli spiriti (unica novità: i consigli sono menzogne che invece di migliorare peggiorano la situazione). Alla fine sarà lo spirito della defunta Debby ad aiutare Lane a salvarsi e a distruggere la tavoletta e gli spiriti stessi. Non può mancare il solito finale aperto: la ragazza si è dimenticata di distruggere la plancia della tavoletta. 




Certo, andare in sala per vedere un film horror richiede una certa preparazione alle incongruenze, per questo non starò a fare le pulci al film, la cui sceneggiatura, che dimentica completamente di contestualizzare i personaggi, tutto sommato si fa seguire (benché il 70% degli avvenimenti accade soltanto perché "deve per forza accadere" e alcune situazioni siano ai limiti del paradossale: perché evocare gli spiriti solo di notte in una casa vuota se la tavoletta Ouija funziona dappertutto e a qualunque ora? E perché i personaggi si trovano sempre nelle tenebre pronti a saltar fuori con un "ciao come va?" soltanto per far spaventare lo spettatore? E perché lo spirito dovrebbe accendere i fornelli? E così via...)




Il vero problema del film è rappresentato dal giovane cast, costituito da tanti volti freschi di accademia di recitazione, ma privo di bellezze memorabili che di solito costellano queste pellicole (se non altro per tenere alta l'attenzione), a partire dalla non particolarmente attraente protagonista Olivia Cooke (già presente in Le origini del male): è vero che un altro requisito dell'horror è quello di non presentare attori famosi, ma non ho mai visto un horror hollywoodiano recitato in modo così apatico, al punto quasi da vanificare gli sforzi del reparto tecnico, che invece svolge un lavoro egregio: la fotografia di David Emmerichs è sinceramente sublime, con atmosfere e inquadrature sempre perfette, e la regia si lascia spingere in scelte di maniera, ma molto efficaci, con la telecamera mai ferma, sebbene rinunci all'uso di piani sequenza (a mio parere indispensabili in un horror); le colonne sonore sono belle e coinvolgenti e il montaggio sonoro sfrutta alla perfezione i meccanismi della stereofonia per rendere inquietanti anche le scene più tranquille. Trucco ed effetti speciali/visivi si difendono alla grande, ma come spesso accade deludono quando si tratta di rappresentare il Male (se il lavoro sulle pupille degli attori quando vengono posseduti è di alto livello, ancora una volta invece gli spiriti sono praticamente degli zombie tumefatti che camminano a scatti e accartocciati su se stessi). 



Il film ha incassato 75 milioni di dollari nel mondo: un ottimo successo, soprattutto considerando che ne è costati soltanto 5, e devo dire che nel complesso sono soldi meritati. Se non sapete cosa fare, è perfetto per una serata fra amici, senza troppe pretese, se non quella di sperare (giustamente) che per il prossimo film si scelga un vero cast. 


Voto finale: 6 

RGD: The Imitation Game

La battaglia per gli Oscar e per i Golden Globe come miglior attore protagonista quest'anno è probabilmente una lotta fra attori che impersonano geni della matematica e della fisica. Il primo round ai Golden Globe se l'è aggiudicato Eddie Redmayne per La teoria del tutto in cui interpreta un giovane Stephen Hawking, e deve aver fatto davvero un eccellente lavoro per sconfiggere il Benedict Cumberbatch di The Imitation Game, che penso si prenoti di diritto una statuetta dell'Academy, pareggiando i conti per il suo calarsi nei panni di Alan Turing. Sì, perché il film del regista norvegese Morten Tyldum (già autore del più grande successo del suo Paese, il film Headhunter) è una pellicola di rara bellezza, con un protagonista di ancor più rara bravura (per i fans che adorano Benedict nella serie televisiva Sherlock questa interpretazione sarà un vero visibilio). 




Il film racconta, quindi, la storia vera di Alan Turing, matematico e crittoanalista britannico, che durante la Seconda Guerra Mondiale mette le proprie abilità al servizio dell'esercito di Sua Maestà allo scopo di decrittare i messaggi in codice che i tedeschi si mandano usando la macchina Enigma; costretto dal generale Denniston a lavorare in squadra con altri crittografi guidati dall'intelligentissimo (e belloccio) Hugh Alexander, Turing è convinto che per battere la macchina nazista serva un'altra macchina e così, contro il parere di tutto e di tutti (eccetto quello di Winston Churchill in persona), fa costruire un ambizioso e costoso calcolatore meccanico che possa velocemente passare in rassegna i "159 milioni di milioni di milioni" di combinazioni di crittografia che la macchina Enigma può elaborare, anche perché ogni notte a mezzanotte la combinazione cambia e i crittografi dovrebbero ricominciare da capo il calcolo. I rapporti fra Turing e gli altri membri della squadra sono sempre ai limiti della tensione: Turing è arrogante, dal comportamento asociale, perso nella sua mente e solo parzialmente avulso dalla realtà; a molto serviranno il lavoro e la compagnia di Joan Clarke, brillante matematica e crittografa che Turing stesso assume per concorso e che chiederà in moglie per poterla tenere vicino a sé. In realtà Turing nasconde un grande conflitto interiore, che si porta dietro fin dai tempi del college: la sua omosessualità, obbligatoriamente nascosta dal momento che fino al 1967 in Gran Bretagna costituiva reato penale. E' così che il film, abilmente e fin dal principio, sfrutta i meccanismi della narrazione per spostarsi dalla storia principale ad un flashback nel 1928, in cui scopriamo la struggente storia d'amore mai sbocciata fra il piccolo Alan (date un premio a quel ragazzino, che ha imitato Benedict Cumberbatch alla perfezione!) e il suo compagno di studi Christopher, morto per tubercolosi (Christopher è il nome che Turing dà alla sua macchina). Ma non solo: abbiamo anche dei flash forward ambientati nel 1951, quando un detective di Manchester viene chiamato a indagare su un presunto furto in casa di Turing, e che bonariamente costringe il matematico a confessargli tutta la sua storia segreta riguardo alla macchina e all'omosessualità. Purtroppo il film non ha lieto fine: condannato per oscenità, Turing sceglie come condanna la terapia ormonale anziché il carcere, e dopo un anno di farmaci estremamente debilitanti si suicida. 



Un personaggio non semplice, quello di Alan Turing, che Benedict Cumberbatch interpreta magistralmente: movimenti, tremolii, andatura, balbuzie, battuta pronta, sottile ironia nel non capire l'ironia, conflitti interiori costantemente presenti, omosessualità mai macchiettistica, tutti suggerimenti trasferiti anche al giovane attore che interpreta Alan ragazzino. 
Raramente un film può vantare un protagonista del genere, valorizzato da una sceneggiatura brillantemente costruita dall'autore Graham Moore attraverso i continui salti temporali che si raccontano a vicenda, una sceneggiatura che si concede anche qualche sfizio meta-cinematografico (Turing che fa fare al detective il gioco dell'imitazione su se stesso) e che non cede mai alla provocazione, non calca sul tema dell'omosessualità, ha i giusti momenti di ironia e commozione e si muove verso il finale negativo in cui finalmente Turing/Cumberbatch cede alla disperazione, talmente distrutto dai suoi drammi interiori da dimenticare quasi il beneficio che il suo lavoro ha portato, nonostante lui e il suo team fossero schiacciati dal peso della segretezza, del decidere chi salvare e chi lasciar morire sotto le bombe tedesche, dalle menzogne verso l'opinione pubblica, dal giocare a fare Dio. Una sceneggiatura che inserisce anche elementi di spionaggio (l'agente dell'MI6 che introduce una spia sovietica nel team di Turing all'insaputa perfino di Churchill) e che mescola abilmente verità storiche e drammi personali, usando sempre nei dialoghi un linguaggio appropriato al periodo storico.



Cast di supporto davvero notevole, a partire dalla buona prova di Keira Knightley nel ruolo di Joan Clarke e di Matthew Goode nel ruolo di Hugh Alexander; sempre affascinante e dall'impeccabile stile british Charles Dance (ai più giovani noto per il suo ruolo come Tywin Lannister nella serie Game of Thrones). Reparto tecnico d'assalto con unafotografia perfetta e ben contrastata che usa le sfumature cromatiche per far capire il momento storico (immagini tendenti al giallo e al bianco per il flashback, rosse e calde per la storia principale, blu e fredde per il flash forward), scenografie e costumi meravigliosi e fedelissimi all'epoca storica raccontata, colonna sonora presente, imponente e pertinente,montaggio che scandisce bene il ritmo senza essere mai invadente. Unico neo gli effetti speciali che ricostruiscono le brevissime scene di guerra e i bombardamenti, non all'altezza del resto del film e di qualità discutibile. 



Le scritte in sovraimpressione durante il suggestivo finale rendono onore e giustizia ai meriti di Alan Turing, il cui lavoro anticipò di due anni la fine della guerra, stimando la salvezza di 14 milioni di persone, e fu capostipite degli studi che permisero poi di sviluppare i computer; oggi è soprattutto conosciuto per il suo "test" che mira a scoprire se le macchine possono pensare e mimetizzarsi fra gli esseri umani. Eppure il film rende giustizia soprattutto ai suoi meriti personali, ai suoi caratteri di essere umano, al suo genio e alla sua follia, da sempre segnati da un confine labile e sottilissimo.

Scandalosamente ignorato dai Golden Globes, spero che il film si conquisti le tanto meritate statuette d'oro, non solo per lo straordinario lavoro di Cumberbatch e di tutti, ma perché il regista Morten Tyldum (fino ad oggi sconosciuto ai più) rientra perfettamente in quella categoria di persone descritte dal motto del film: "a volte sono le persone che nessuno immaginava potessero fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno poteva immaginare". 

Voto finale: 8.5

RGD: American Sniper

Clint Eastwood, forte dei suoi 31 premi personali ottenuti in carriera fra Oscar, Golden Globe, David di Donatello e Director's Guild, probabilmente non se ne interessa, ma in realtà si sottopone di nuovo all'attento esame del pubblico dopo due film sottotono (per non dire bruttini) come Hereafter e soprattutto J.Edgar; la speranza mia e di tutto il pubblico è quella di rivedere capolavori del calibro di Million Dollar Baby, Changeling Gran Torino, quei capolavori che gli hanno permesso di ottenere i 31 premi sopracitati. 
Clint sceglie invece di nuovo la via del film di guerra e con American Sniper si rimette nella strada dei suoi due film bellici più riusciti (Flags of our Fathers e Letters from Iwo Jima). Questa volta, insieme al suo attore protagonista Bradley Cooper (e diamoglielo un Oscar, accidenti), produce un biopic per noi europei (e per larga parte degli americani) piuttosto controverso e racconta la storia recentissima di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia delle milizie americane, e lo fa con gusto, con grandissimo mestiere e ottima capacità di entertaining, non senza qualche piccola pecca nella costruzione drammaturgica. 



Il film si apre con la sequenza che, saggiamente, è stata utilizzata come teaser trailer: Chris Kyle si trova sul tetto di un edificio in Iraq, con una donna e un bambino armati di granata nel suo mirino. La tensione è alle stelle dopo soli 40 secondi: prima di sapere se premerà il grilletto, però, è bene conoscere l'uomo che imbraccia il fucile. Inizia quindi un breve flashback in cui vediamo un Chris bambino ricevere gli insegnamenti di suo padre: "Ci sono solo tre tipi di persone al mondo: le pecore (i deboli), i lupi (i cattivi) e i cani pastore (quelli che proteggono le pecore dai lupi). Io non allevo pecore e ti ammazzo di cinghiate se diventi un lupo. Il tuo obiettivo è proteggere". Quella breve sequenza a tavola è la più importante dell'intero film: le parole del padre, quell'insegnamento, quella missione di vita che è proteggere e salvare gli altri, sono il controverso manthra che Chris Kyle ripete a se stesso per tutta la vita, a volte anche come scusa. 
Gli attentati islamici alle basi americane in Iraq e Afghanistan spingono Chris ad arruolarsi nei Navy Seals e, dopo gli attentati dell'11 settembre, a iscriversi nella divisione cecchini. Terminato il durissimo addestramento (per fortuna Clint ha saltato tutti gli stereotipi pseudo-divertenti alla Full Metal Jacket), il flashback prosegue raccontando l'incontro fra Chris e Taya, la sua futura moglie. Lui all'inizio brillante e animato da seria passione per lei e per il proprio Paese, lei titubante, nervosa (non si sa per cosa), poi via via sempre più disinvolta e innamorata, fino al matrimonio. Proprio in quel giorno arriva la chiamata: Chris e il suo plotone vengono spediti in Iraq. Si ritorna alla scena iniziale, donna e bambino sotto tiro; Chris li uccide entrambi: le sue prime vittime. 
Dopo un breve turbamento, inizia la metamorfosi del personaggio e il film prosegue raccontando a fasi alterne i quattro turni militari di Chris in Iraq (in cui le cose che vede e che fa sono sempre più terribili e sfortunate, nel tentativo di uccidere il letale cecchino siriano Mustafa) e i quattro rispettivi rientri a casa dalla sua famiglia: con Taya ha due figli, ma la sua mente rimane sempre al fronte, tormentata da Mustafa e dagli echi della guerra, con il suono dei mitra che gli torna alla mente quando sente un trapano in funzione, lo stesso trapano con cui ha assistito all'uccisione di un bambino. 
Dopo una tesissima battaglia in una tempesta di sabbia, Chris riesce ad uccidere Mustafa e a salvare se stesso e i compagni per miracolo, e decide di rientrare a casa definitivamente. Ma la guerra non lo abbandona e i soldati sono la sua nuova famiglia: grazie all'estrema forza di volontà della moglie, però, Chris riesce a trovare una nuova missione nella vita con cui allontanare gli spettri del passato: aiutare i reduci, rimasti feriti, mutilati o soli. Ed è questo che porterà Chris alla morte: il 2 febbraio 2013 viene assassinato da un reduce che Chris cercava di aiutare. 
Il film si chiude con le vere immagini di Chris e famiglia, e del suo funerale. 



Partendo dall'aspetto tecnico, c'è poco da dire: la fotografia è perfetta per il film, calda, arida e verde-giallastra, come le divise dei militari, anche se manca di punti-luce forti e i contrasti non sono troppo calcati. Il montaggio è ottimo, permettendo al film non solo di raccontare le fasi alterne di Chris ma anche quelle di battaglia senza mai cadere in confusione. Menzione d'eccellenza per il montaggio sonoro, ottimo nella post-produzione, con i colpi di pistola a volume diverso a seconda di dove è posizionata la macchina da presa, e gli echi delle battaglie nelle orecchie di Chris, un sonoro costante che riempie la quasi totale assenza di colonna sonora (perfino nei titoli di coda che sono muti, dopo le immagini del funerale di Chris - una chicca d'autore, una sorta di minuto di silenzio per la sua morte e per tutte le morti raccontate); le scenografie sono perfette e il Marocco è stato ottimamente ricostruito per riprodurre fedelmente l'Iraq; eccellente il cast: Bradley Cooper si conquista meritatamente una nomination agli Oscar, enormemente ingrossato a livello muscolare dopo il vero addestramento coi Navy Seal per essere credibile, e ottimo nelle parti drammatiche (particolarmente bravo nella scena in cui, al quarto turno in Iraq, spera di non dover sparare ad un bambino, e nella scena in cui diventa furioso nella nursery quando le infermiere trascurano la sua bambina che piange); Sienna Miller forse nella sua miglior performance in carriera nel ruolo di Taya, fragile e decisa allo stesso tempo, innamorata e affranta, non abbonda in lacrime e isterismi e mostra una continua tensione interiore in maniera magistrale; il cast di contorno (soldati, milizie afghane, cecchini) è credibile e caratterizzato. 



Ma forse il merito è della sceneggiatura, che affronta con attento equilibrio un tema delicatissimo (per questo inizialmente lo definivo controverso): stiamo comunque parlando della vita del più letale cecchino d'America, con oltre 160 uccisioni sulle spalle. Si vanno a toccare temi delicatissimi come la necessità dell'intervento armato, il patriottismo, l'omicidio: quanto il "proteggere" amici e patria legittima l'uccisione di bambini a sangue freddo? Inoltre il rischio di dipingere gli iracheni come i "cattivi a tutti i costi" era altissimo: la sceneggiatura si barcamena bene, generando un film che ruota tutto intorno al protagonista (anche se è esagerato che lui sia davvero il migliore in tutto quello che fa), per cui non c'è la pretesa di dare un'opinione assoluta, ma solo l'opinione del protagonista, il risultato dei suoi pensieri a seguito della sua crescita personale e delle sue esperienze di vita al fronte e a casa. La regia di Clint Eastwood, noto repubblicano e sostenitore degli interventi armati, pur esprimendo la propria chiara opinione in merito, non cade nei classici eccessi di americanismo e patriottismo e rimane misurata, precisa, con inquadrature efficaci e il suo tipico stile intimistico, anche se le scene di battaglia sono forse fra le migliori nel cinema di guerra. 



Un film che non lascia indifferenti, che spinge a porsi domande di tragica attualità (soprattutto dopo il recente inasprirsi delle tensioni fra occidente e ISIS, con gli attentati di Parigi), la cui unica pecca è forse quella di avere fretta di raccontare le cose, soprattutto quelle che riguardano la famiglia di Chris, il suo rapporto con la moglie e la sua vita negli USA: è come se la guerra non solo richiamasse il suo protagonista, ma anche il regista. Una scelta voluta? Può darsi. Il rammarico è che, così facendo, si fatica ad identificarsi nel protagonista, il che va a scapito dell'empatia.

Clint osa, racconta e si rimette in pista con la storia vera di un uomo che a volte smette di essere umano: impresa non facile, un tentativo estremamente apprezzabile, ma è difficile toccare le corde emotive più intime di un pubblico con un argomento del genere. Con un po' di identificazione in più sarebbe stato un altro grandissimo capolavoro, mentre rimane "soltanto" un film di buon pregio.


Voto: 7.5

RGD: Gone Girl - L'Amore Bugiardo

Se vai a vedere un film di David Fincher non puoi uscire dalla sala senza esserti fatto un'opinione: questa è la grande abilità del regista di Denver, che ha iniziato la sua carriera con i thriller (Seven, Fight Club) passando attraverso qualche scivolone (Alien 3, Panic Room), per poi approdare a film più impegnativi e impegnati (Il Curioso caso di Benjamin Button, The Social Network, Uomini che odiano le donne). Con L'Amore Bugiardo (Gone Girl) il regista ritorna agli esordi e confeziona con sapienza un thriller costruito su una solida sceneggiatura di Gillian Flynn, già autrice dell'omonimo romanzo. Produce l'attrice Reese Witherspoon, che però ha rinunciato alla parte di protagonista. 



C'è quindi molto di femminile in quest'ultima (per ora) opera di Fincher che racconta lastoria d'amore e di odio (forse più odio che amore) fra Amy e Nick Dunne. Il film prende il via il giorno 5 luglio 2012, quando Nick, ex scrittore ora disoccupato, rientra a casa dopo una mattina passata in solitaria al lago, pronto (o quasi) a festeggiare il suo quinto anniversario di matrimonio con sua moglie Amy: peccato che lei sia scomparsa. Nick chiama la polizia e delle indagini viene incaricata la puntigliosa detective Rhonda Boney. La prima parte della pellicola si snoda quindi attraverso due filoni paralleli: il procedere delle indagini sulla scomparsa e i flashback della storia d'amore fra Nick e Amy raccontati dal diario personale della donna. Entrambe le storie però portano lo spettatore a farsi molte domande sulla vera natura di Nick: il matrimonio, dopo un inizio focoso e pieno di gioia, si era tramutato in una prigione per Amy, dato che Nick appariva sempre più violento e spaventoso dopo la morte della madre; inoltre nell'abitazione dei due vengono rinvenute sempre più prove (sangue, documenti, impronte) che lasciano pensare che Nick possa averla uccisa; infine, il fatto che Nick abbia una giovane amante da oltre un anno e mezzo (e della quale nemmeno Margo, l'adorata sorella di Nick, è a conoscenza) non depone a suo favore. Per questo motivo, Nick viene arrestato per omicidio. 
Qui avviene la prima svolta del film: torniamo indietro a quel 5 luglio 2012 e scopriamo che, in realtà, Amy non è affatto scomparsa, né morta. Veniamo a sapere che ha scoperto del tradimento del marito e ha organizzato meticolosamente la propria scomparsa, creando le prove affinché Nick venisse arrestato, progettando perfino il suicidio in modo che la polizia trovasse il suo cadavere e condannasse Nick a morte. Scopriamo che Amy non è affatto la ragazza dei sogni che Nick ha conquistato, ma una psicopatica dalla mente criminale (e probabilmente disturbata) e seguiamo la sua fuga.



La terza parte della pellicola è invece la guerra a distanza fra marito e moglie: Nick, assolutamente convinto della sua innocenza e del fatto che Amy sia ancora viva, assume il famoso avvocato Tanner Bolt come proprio legale, si fa rilasciare su cauzione e indaga sul passato di Amy, scoprendo che anche altri uomini erano stati incastrati da lei; convinto di essere vittima di una trappola, organizza insieme all'avvocato e alla sorella Margo perfino delle apparizioni in televisione allo scopo di demolire il piano di Amy. La donna, nel frattempo, durante la sua fuga subisce un furto e si rivolge ad un suo ex fidanzato milionario, Desi Collings, il quale (ancora innamorato nonostante il precedente raggiro) si offre di aiutarla contro Nick. 
Ma tutto cambia ancora quando Nick, in televisione, chiede (falsamente) perdono a Amy: la donna, convinta dal gesto, capisce che può avere il marito di nuovo per sé e allora uccide Desi e fa in modo di farsi ritrovare da Nick, convincendo la stampa di essere stata rapita da Desi e di essere riuscita a fuggire. Per il mondo la storia è a lieto fine, ma Nick e Amy sanno che è tutta apparenza: l'arrivo imprevisto di un figlio fra i due li costringe a stare insieme, benché entrambi conoscano la falsità dell'altro.



Il punto di forza del film è senz'altro costituito dalla tecnica di costruzione narrativa, che sfrutta i meccanismi del flashback e del montaggio per raccontare le vicende in modo che lo spettatore sia continuamente costretto a domandarsi chi ha ragione e chi ha torto, e dove si trovi la verità. I personaggi sono generalmente ben costruiti e hanno conflitti molto chiari, anche se il film cala nel finale (frettoloso) e non spiega le motivazioni dei comportamenti di Amy, che talvolta sono talmente contraddittori da apparire forzati. Ottimi i caratteri secondari (l'avvocato Bolt, la detective Rhonda, la sorella Margo, i genitori di Amy, Desi) e in generale buone prove degli attori: Ben Affleck in forma, anche se penalizzato dal doppiaggio, e forse tradito dalla fisicità (è fin troppo palestrato per il ruolo, ma l'attore in concomitanza stava girando anche Batman vs Superman e non poteva fare altrimenti), Rosamund Pyke in gran spolvero (forse la sua migliore interpretazione finora), gelida e sensuale, Kim Dickens azzeccatissima come detective, brava Carrie Coon nel ruolo della sorella "alternativa" ma "fedele", piuttosto monocorde invece Neil Patrick Harris nel ruolo di Desi - avremmo apprezzato uno sforzo maggiore. 




Riguardo alla tecnica, la fotografia dipinge perfettamente il ritratto oscuro ed enigmatico dei personaggi, con atmosfere sempre cupe e calde; magistrale negli interni, meno nelle inquadrature esterne, ma dopotutto le scene ambientate a New York sono state girate a Los Angeles per ragioni produttive, quindi non si poteva chiedere troppo. Interessante e azzardata la colonna sonora, anche se non sempre pertinente e priva di temi memorabili, firmata da Trent Raznor e Atticus Ross (membri dei Nine Inch Nails), alla terza collaborazione con Fincher. Buone le scenografie, con attenta cura nei dettagli. Ilmontaggio e la regia sono senz'altro gli aspetti tecnici migliori, con un ritmo che non cala mai e un giusto equilibrio fra le inquadrature che sono sempre funzionali alla narrazione.
Alcuni aspetti della realtà a volte tendono allo stereotipo populista (i media visti solo come il male, la popolazione bieca che specula sulle tragedie altrui, i ricchi sempre spocchiosi), ma Fincher ha esperienza e rimedia aggiungendo alla pellicola il giusto quantitativo di elementi tipici del thriller, dai litri di sangue (particolarmente cruenta la scena in cui Amy uccide Desi) ai corpi scoperti (abbondano le inquadrature che valorizzano la bellezza della protagonista, spesso in lingerie, ma il vero nudo tocca ad Affleck, Harris e Emily Ratajowsky nel ruolo della giovane amante).



Una gran confezione per una buona storia, indebolita soltanto da un finale frettoloso e da qualche mancata spiegazione; un film che si lascia guardare senza intoppi nonostante la notevole durata (2 ore e 40 minuti), una buona prova complessiva che consiglio senz'altro agli appassionati del genere.
Curiosità finale: la pellicola ha già conquistato 4 nomination ai Golden Globe 2015, due sicuramente meritate (regia e protagonista femminile), una forse un tantino generosa (sceneggiatura, come già detto non così perfetta) e una decisamente discutibile (colonna sonora).


Voto finale 7.5

RGD: Big Hero 6

Per il proprio 54° film "classico", gli studi di animazione della Walt Disney cominciano a beneficiare del nuovo universo di proprietà allargato e producono un lungometraggio targato Marvel studios (anche se la dirigenza Marvel ha confermato di non aver preso direttamente parte al film). Big Hero 6, infatti, riprende l'omonimo fumetto e si concede molte libertà narrative, motivo per cui i fan accaniti sicuramente rimarranno delusi. 
I fan non accaniti come me, invece, ne possono soltanto rimanere ammaliati. E non solo per la qualità dell'animazione, ma anche e soprattutto per la sceneggiatura di Don Hall (anche regista) e Jordan Roberts, un vero e proprio capolavoro di costruzione narrativa.  



La storia si svolge nella geniale ambientazione di San Fransokyo, una metropoli immaginaria che riunisce paesaggisticamente le città di San Francisco e Tokyo, creando un melting pot visivamente geniale in cui nella baia californiana il Golden Gate Bridge è fatto di pagode e la downtown presenta i grattacieli della metropoli giapponese (con copia della Torre Eiffel inclusa) che si snodano sulle tipiche colline della città americana. 
Il protagonista è Hiro Hamada, un ragazzino di 14 anni dotato di un'intelligenza fuori dal comune, cosa che gli ha permesso di diplomarsi al liceo l'anno precedente. Tuttavia, Hiro sfrutta male il suo potenziale, sprecandolo creando piccoli robot da combattimento con cui fare incontri illegali nei bassifondi della città. E' il fratello maggiore di Hiro, Tadashi, a metterlo sulla giusta strada: dopo la morte dei loro genitori, Tadashi è la figura di riferimento per Hiro, motivo per cui il ragazzino accetta di buon grado di visitare l'Institute of Technology, la più prestigiosa università di San Fransokyo. Qui Tadashi gli fa fare la conoscenza dell'esimio professor Callaghan, una delle più rinomate menti del mondo, e dei suoi amici inventori: l'atletica Gogo Tomago, il pignolo Wasabi, la maga della scienzaHoney Lemon e la assolutamente non geniale mascotte dell'istituto, il giovane Fred. Hiro si convince ad abbandonare i combattimenti clandestini e a presentare un ambizioso progetto per poter essere ammesso all'università.
Per questo motivo inventa i microbot, piccolissimi robottini metallici che, se controllati mentalmente, possono fare qualsiasi cosa e assumere qualsiasi forma. Durante la presentazione, il professor Callaghan rimane molto colpito dall'invenzione di Hiro, ma non è l'unico: i microbot suscitano l'interesse di Aleister Krei, milionario proprietario della Krei Tech Industries, che offre a Hiro milioni di dollari in cambio dell'invenzione. Intuiamo che fra Callaghan e Krei c'è dell'inimicizia e, fidandosi del professore, Hiro rinuncia all'offerta. Ma quella sera stessa, un incendio divampa nell'università: i microbot sono persi, e sia Callaghan che Tadashi perdono la vita.
Hiro è distrutto per la morte del fratello e completamente solo: per fortuna gli è rimasto Baymax, un robot grasso e bianco, inventato da Tadashi e programmato per essere un operatore sanitario. I due diventano presto amici ed è Baymax a far notare a Hiro come l'unico microbot rimasto in suo possesso sembri "attivo": seguendo i suoi movimenti, Hiro e Baymax scoprono che in realtà i microbot non sono scomparsi, ma sono in mano ad un misterioso e malvagio individuo che indossa una maschera Kabuki, e che cerca di ucciderli. 
Per fermarlo, Hiro programma Baymax in modo da trasformarlo in un robot combattente inserendo un secondo chip nel suo petto (oltre a quello di operatore sanitario inserito dal fratello): i due, poi, si uniscono ai quattro amici di Tadashi che sfruttano le loro invenzioni per diventare un team di supereroi, i Big Hero 6. 
I nostri eroi scoprono che in realtà l'individuo malvagio è Callaghan, sopravvissuto all'incendio e deciso a vendicarsi su Aleister Krei, il quale anni prima aveva spedito la figlia di Callaghan attraverso un macchinario che consentiva il teletrasporto, dal quale la ragazza non era mai più uscita. 
Nell'epica battaglia finale, sarà l'astuzia di Hiro a consentire la sconfitta del cattivo e il salvataggio della ragazza creduta morta: purtroppo l'impresa costerà la perdita di Baymax, in uno dei finali più tristi di sempre dell'universo Disney (non basta il fatto che Hiro costruisca un altro Baymax con lo stesso chip inventato dal fratello a cancellare quell'addio). 



Al di là di qualche piccolissima incongruenza (un'intera scena comica è costruita sulla batteria scarica di Baymax, batteria che poi durante il film non si scaricherà mai più), come anticipavo, la sceneggiatura è un capolavoro di costruzione narrativa: non solo la divisione in tre atti è ben riconoscibile, ma ogni singola scena - oserei dire ogni battuta - è posizionata in modo tale da costruire un gancio perfetto, per poi essere ripresa al momento giusto e con il giusto equilibrio in un altro contesto che ne ribalta il significato, e questo meccanismo avviene senza che lo spettatore se ne accorga (prevedibilità quasi zero). Il ritmo non cede mai il passo a scene fiacche e inutili, ogni gag comica non è mai fine a se stessa, ma volge ad uno sguardo d'insieme ed è perfino necessaria alla narrazione. 
personaggi sono costruiti con abile maestria e presentano conflitti ben definiti, che finalmente ritrovano uno spessore drammaturgico: Hiro è di fatto un orfano che si trova a perdere il suo unico punto di riferimento (il fratello Tadashi), colui che gli lancia uno dei messaggi più belli di questi tempi (e, aggiungerei, molto raro in un film Disney, solitamente denso di stereotipi): guardare ogni situazione da un'altra prospettiva. Il dolore di Hiro per la perdita del fratello è reale, tangibile: la scena in cui Baymax gli mostra i video dei vari collaudi che Tadashi aveva fatto per crearlo è un momento di rara commozione nel cinema d'animazione (pareggiato soltanto dal finale di questo stesso film, e dalla storia di Carl e Ellie in UP). Ma non è soltanto Hiro ad essere magistralmente definito: parliamo di Callaghan, finalmente un cattivo degno di questo nome (anche se ancora non così malvagio come un Frollo o uno Scar), mosso dal desiderio di vendetta verso un uomo che (a suo dire) ha ucciso sua figlia; e lo stesso Alister Krei, benché appaia pochissimo, dipinge perfettamente l'immagine dell'industriale moderno. I personaggi più stereotipati sono i quattro amici di Tadashi: Gogo Tomago è la classica ragazza maschiaccio, Honey Lemon la biondina magrolina con gli occhiali un po' impacciata, Wasabi il pignolo e fifone, Fred lo stupido (anche se la genialata di rappresentarlo come il figlio di Stan Lee è davvero... geniale!!!!): ma in realtà vanno bene così, perché il loro ruolo è proprio quello di aiutare la narrazione. E poi, c'è Baymax: tutto bianco, grasso e impacciato, con quelle zampette ciccione, dall'aspetto (testualmente) "tenero e coccoloso", la voce sempre dolce, i movimenti goffi e rigidamente programmati, dispensa consigli e impara a diventare umano, anzi, forse meglio degli umani. E anche in questo caso emerge l'equilibrio della sceneggiatura, quando Baymax diventa protagonista assoluto della scena in due sequenze diametralmente opposte: furioso e indomabile guerriero sterminatore quando Hiro gli rimuove il chip "buono" (bella la scelta registica di rendere tutto muto con la sola colonna sonora), dolce e straziante invece nella scena finale, quando si congeda da Hiro (e dalla vita) chiedendogli soltanto se è rimasto "soddisfatto del trattamento". 



Se poi tutto questo viene convogliato da una tecnica di animazione magistrale, allora il capolavoro è presto fatto. 
La Disney finalmente abbandona i tipici movimenti scattosi e velocissimi dei personaggi verso un'animazione verosimile, con movimenti lenti e realistici. L'abilità dell'animazione digitale di controllare sempre più singolarmente i pixel consente espressioni del viso ormai precise, un controllo individuale di ogni capello e fibra di tessuto (come già avvenne in Brave); le texture di ambientazioni e materiali sono ormai quasi a livello dei film con persone vere. La fotografia è magistrale, con colori sempre pieni e pastello, ma atmosfere ben delineate, paesaggi dark o all'opposto luminosissimi, contrasti elevati; la regia ruba dai film Marvel più recenti (Capitan America, The Avengers, Iron Man) ma non eccede mai in virtuosismi o manierismi, concependo ogni singola inquadratura e ogni singolo movimento di camera sempre in funzione di ciò che si sta raccontando. 
Le colonne sonore sono imponenti, molto presenti ed estremamente azzeccate; il film ha una sola canzone (ma non cantata dai personaggi). Il montaggio rispecchia i canoni dei film d'azione e aiuta a tenere, come già dicevo, il ritmo sempre molto alto. 



In conclusione, un film quasi perfetto in cui si ride (molto) e si piange (altrettanto), e la tecnica si mette al servizio della narrativa (e mai viceversa); era da tempo che non uscivo da un film d'animazione desiderando perfino di avere le action figures dei personaggi. Disney si rimette in carreggiata e sforna il pezzo da 90.
Assolutamente da vedere.

Voto finale: 9

RGD: Interstellar

Assistere alla proiezione di Interstellar in formato IMAX nel giorno di debuto nelle sale, considerando che per me Christopher Nolan è un ottimo maestro e che la sceneggiatura è il mio pane quotidiano, è stato però come assistere ad un concerto dei Queen senza Freddie Mercury. Non ho nulla contro Paul Rodgers, è un ottimo cantante, ma non è Freddie. E così Interstellar è un buon film, ma non è Inception, Memento e nemmeno The Dark Knight. E soprattutto non è The Prestige. Perché? Perché così come Freddie Mercury era la colonna portante dei Queen, la sceneggiatura è la colonna portante di un film. E qui mancava. O meglio, in Interstellar il più grosso buco nero non è quello presente nel film, ma è la sceneggiatura stessa. 



Tutto il resto, parliamoci chiaro, funziona alla grande. La potenza del formato IMAX dà un valore aggiunto incredibile (non tutto il film è in IMAX, ma ci sono anche alcune scene sulla Terra girate in questo formato e non soltanto le prevedibili inquadrature dello spazio); il montaggio è sempre ben ritmato e aiuta a non appesantire i dialoghi scientifici che comunque sono meno complessi e meno numerosi del previsto; le inquadrature sono estremamente pulite e luminose, cosa abbastanza strana da parte di Nolan che ci ha abituati a tenebre e chiaroscuri - una scelta, quella della "luce", che ho apprezzato soprattutto perché parlando di buchi neri era facile cadere nel banale; 
le musiche fanno la loro parte, nonostante l'audio della sala fosse equalizzato male e ogni tanto i dialoghi fossero coperti; Hans Zimmer è stato comunque al di sotto di altri livelli raggiunti in passato (penso alla quadrilogia dei Pirati dei Caraibi, a Inception stessa o al Re Leone); la fotografia è molto piacevole, con i colori blu, ocra e arancioni sempre molto carichi, anche se stranamente Nolan abusa di inquadrature sottofuoco: pensavo fosse un errore del proiettore, tipico di quella catena di sale cinematografiche, invece mi sono accorto che il fuoco era alle spalle del primo piano degli attori - penso alla scena in cui il protagonista ascolta i videomessaggi;
l'ambientazione non è male, con questo pianeta Terra morente e polveroso, sconvolto dalle tempeste di sabbia che lo rendono estremamente arido, e poi questa misteriosa "Piaga" (nel film si chiama così) che sta uccidendo tutte le coltivazioni (solo il mais resiste, chissà per quanto ancora), un pianeta del tutto privo di animali (non si vede un insetto, un uccello in cielo, nemmeno un cane da compagnia per tutto il film - l'umanità forse li ha mangiati tutti, o sono morti a loro volta per la Piaga);
la regia è lineare, piuttosto nella norma, senza grandi colpi di genio, ma ho apprezzato la scelta di realizzare le inquadrature nello spazio silenziose (in effetti nello spazio non c'è propagazione del suono, come già era avvenuto con Gravity); gli effetti visivi sono di altissimo livello ed estremamente accurati dal punto di vista scientifico (supervisionati dalla NASA), nulla da dire. 


MA.


La storia non c'è. I personaggi ancora meno. E quel poco che c'è di entrambi, è assurdamente incoerente. Errori da principiante.
Lasciate che io ripercorra la trama che lì per lì, a caldo, sembra non destare troppe perplessità, forse perché si è ancora distratti dalla magnificenza delle immagini, ma che poi a mente fredda dimostra tutte le sue incredibili (surreali) falle. 



Il film si apre con l'intervista ad una donna anziana (che alla fine si scoprirà essere la figlia del protagonista) che ricorda come "a quell'epoca" (un tempo non precisato nel 21° secolo) tutto fosse difficile, polveroso e spaventoso. Ed eccoci proiettati indietro nel tempo (ma comunque nel futuro rispetto allo spettatore) all'epoca in cui la donna anziana, di nome Murph Cooper, è ancora una bambina (interpretata con efficacia da Mackenzie Foy) e suo padre, Mr. Cooper (Matthew McConaughey, bravo ma un po' intrappolato dal ruolo) è un ex ingegnere e pilota aerospaziale che, a seguito di un incidente di volo, è diventato un contadino. Un po' lo è diventato anche per cause di forza maggiore: la Terra è afflitta dalla Piaga, una pestilenza non specificata (forse batteriologica) che ha ucciso tutte le coltivazioni tranne il mais, ma anche questo ha gli anni contati. Gli animali, come già detto, non esistono più e gli esseri umani sono già morti a miliardi un po' per carenza di cibo e denutrizione, un po' per la polvere che il vento trasporta sottoforma di grandi tempeste.
Cooper, come altri contadini, usa macchine supertecnologiche per coltivare, ultimi residui di una grande civiltà avanzata che è costretta ad abbassare lo sguardo sul terreno anziché guardare le stelle, e deve cercare di sopravvivere. E questa è la parte del film che funziona più di tutte, perché ogni cosa viene spiegata attraverso semplici scene di vita quotidiana (la moglie di Cooper è morta perché non esistono più macchine per le radiografie, i libri di storia vengono alterati per dimenticare il passato, il denaro viene utilizzato tutto per la ricerca alimentare, i New York Yankees del baseball sono dei ragazzini scarsi in un campetto di provincia perché non ci sono più scuole sportive che facciano nascere dei grandi campioni). 
In tutto questo inizia a delinearsi il rapporto fra Cooper e sua figlia Murph, che nelle intenzioni del regista è più stretto di quanto risulti poi dal film. La bambina cerca di convincere il padre che c'è un fantasma nella sua camera che sta cercando di mandarle un messaggio da dietro la libreria. Il padre ovviamente non le crede, finché durante una tempesta di sabbia non vede la polvere cadere a terra come spinta da una particolare forza di gravità. Fin qui (primi 25 minuti) tutto funziona. 



Poi inizia il declino drammaturgico. 
La polvere in realtà comunicava delle coordinate. Cooper e la figlia si muovono verso quelle coordinate e scoprono una base spaziale segreta enorme, il Norad. A 50 km da casa loro, eppure mai notata prima. E cintata solo da una RETE METALLICA (sic!). Cooper prova ad aprirla con una tenaglia e viene fermato da un robot irriverente chiamato TARS (unico personaggio davvero convincente del film, ed è tutto dire!).
Una volta portato dentro la base segreta, Cooper incontra Amelia Brandt (Anne Hathaway, sottotono), figlia del professor Brandt (Michael Caine), una vecchia conoscenza di Cooper. "Che cosa ci fai qui? Non si entra così facilmente nella base segreta" chiede il professore. Ma come? Ma se c'era soltanto una rete metallica! E Cooper risponde: "Sono venuto qui guidato dalla gravità". E il professore non fa altre domande, si accontenta, come se fosse una cosa normale. E' vero che lì tutti sapevano delle anomalie gravitazionali, ma un minimo di preoccupazione dovrebbe destarla il fatto che uno sconosciuto senza apparenti meriti sia riuscito a scoprire tutto. La cosa risulterà ancora più paradossale anche in seguito, ma per ora proseguiamo. 
Un'ora dopo che Cooper è entrato, il prof. Brandt gli mostra tutta la base, a cui lavorano centinaia di persone (ma non era segreta?) e, dal nulla, gli spiega che degli esseri pentadimensionali (non sto scherzando!) hanno posizionato un wormhole vicino a Saturno in modo che gli esseri umani possano entrarci e andare in una galassia dall'altra parte dell'universo in cui, accanto ad un buco nero soprannominato Gargantua, ci sono 12 pianeti su cui è possibile vivere. Su ognuno di questi pianeti è già stato spedito un astronauta in esplorazione, e 3 di loro hanno mandato indietro segnali positivi. E, naturalmente, a Cooper viene offerto di pilotare l'astronave per andare a vedere se va tutto bene (il che non ha senso, visto che ti sono già arrivati segnali positivi dagli esploratori). Cooper dice: "Ma fino a un'ora fa non sapevate nemmeno se ero ancora vivo, sareste partiti anche senza di me". E il professore risponde "Sì, è vero, ma non avevamo scelta, ora ci sei tu". Beh, logico, no? E Cooper accetta. ACCETTA, capite? Accetta sulla base di una cosa a cui lui, uomo di scienza incrollabile, dovrebbe semplicemente credere senza farsi domande, tipo gli esseri pentadimensionali. Naturalmente, accetta perché spera di poter portare in futuro la figlia su uno di quei pianeti e salvarle la vita. Peccato che per farlo debba lasciarla per decenni, dal momento che anche se la missione in realtà dura un paio d'anni, le regole dello spazio-tempo cambiano e quei due anni corrisponderanno a decenni terrestri. 



Tralascio tutti i dettagli scientifici che non funzionano (leggi fisiche, leggi temporali, bla bla), prendiamoli per buoni. E' tutto il resto che non va. 
Dunque, per la missione partono in 4: Cooper, Amelia, e due tizi barbuti di nome Doyle e Romilly, piuttosto inutili se non per spiegare la trama stessa, tant'é che una volta risolti i problemi drammaturgici muoiono.
Il primo ci resta secco su un pianeta pieno di onde d'acqua altissime in cui 1 ora corrisponde a 7 anni sulla Terra: quando Cooper e Amelia ritornano sull'astronave madre, l'altro individuo dice che sono passati 23 anni ed è invecchiato, la barba è diventata bianca. "Cos'hai scoperto mentre eravamo giù?" "Ho raccolto molti dati, ma non ho combinato niente". NIENTE? In 23 anni?
Proprio lui muore poi su un pianeta di ghiaccio in una sequenza interminabile di 40 minuti in cui i protagonisti scongelano un Matt Damon scialbo e insignificante dall'ibernazione per scoprire che in realtà li ha attirati lì soltanto per farsi venire a prendere; e i protagonisti si bevono le sue menzogne sul fatto che il pianeta è bello, anche se perfino un imbecille capirebbe a prima vista che un pianeta ghiacciato e senza piante è del tutto inospitale; poi ovviamente Matt Damon del tutto illogicamente cerca di ammazzare i protagonisti invece che chiedere perdono una volta confessato il suo tranello, e lo fa tramite trappole che aveva già preparato non appena era atterrato sul pianeta e distrugge addirittura parte della loro stazione spaziale prima di rimanerci secco: come può una persona ragionare così? La scusa della demenza spaziale e dell'essere messo alla prova non regge; ma la cosa peggiore non è nemmeno la manovra con cui Cooper si riaggancia alla stazione spaziale distrutta, quanto il fatto che quei 40 minuti di film potevano essere tagliati e sostituiti con un'avaria causata da un impatto con un meteorite. Sono quindi completamente inutili. 
A questo punto le risorse dell'astronave sono limitate, non c'è più tempo per tutti e due i sopravvissuti (Cooper e Amelia) di andare sul terzo pianeta, quello su cui era atterrato l'esploratore Edmunds, di cui di punto in bianco si scopre che Amelia era innamorata. Allora Cooper e il robot TARS si lasciano cadere dentro al buco nero, mentre Amelia procede verso il terzo pianeta portandosi dietro gli embrioni per la nuova colonia umana. Per fare questa manovra, sulla Terra passano 51 anni. 
In tutto questo, le spiegazioni scientifiche le dà sempre Cooper, che in realtà è un semplice pilota. Assurdo.

Prima di dirvi che cosa succede a Cooper dentro al buco nero, è meglio segnalare che nel frattempo sulla Terra (in un montaggio alternato che contraddice ogni regola sui rapporti temporali fra le galassie) la figlia Murph è diventata grande (Jessica Chastain, inespressiva), non si capisce se è una scienziata oppure no, fatto sta che collabora con il vecchio professore che, in punto di morte, le rivela che in realtà soltanto quei 4 che sono partiti potevano sopravvivere, la Terra è spacciata, non esiste soluzione e quindi lui ha preferito mentire per tutta la vita pur di far partire una missione con gli embrioni a bordo. E per mentire, ha speso miliardi di dollari per realizzare un'astronave al solo scopo di far credere a Cooper che avrebbe potuto salvare sua figlia? Cosa ancora più assurda, se ci pensate, visto che all'inizio del film non sapeva nemmeno che Cooper sarebbe mai entrato nella base segreta, vi ricordate? 
Beh, comunque, Murph non accetta questa cosa e vuole trovare una soluzione per salvare l'umanità e per farlo torna nella casa in cui da bambina pensava ci fosse un fantasma in camera. Per farlo deve ovviamente bruciare i campi di mais di suo fratello che possiede la casa e che, a causa della morte del suo primo figlio (un dettaglio poco chiaro, bisogna capirlo perché non viene mai fatto vedere) è diventato uno stronzo che preferisce far morire il suo altro figlio di tosse piuttosto che farlo curare da un medico (!!).



Ora torniamo dentro al buco nero. E qui accade davvero di tutto. Sì, perché Cooper si ritrova dentro un hypercube tridimensionale infinito in cui il tempo fa parte delle tre dimensioni; e indovinate un po'? L'hypercube è in realtà la stanza di sua figlia "vista da fuori". E quindi, in barba a qualsiasi paradosso temporale, era lui stesso il fantasma della figlia. Dopo un primo momento di panico che fa capire come tutti i dettagli dell'inizio del film fossero in realtà "ciclici" (era lui stesso a comunicare le coordinate della base segreta), decide spinto dal computer TARS di comunicare a sua figlia un'equazione ipercomplessa in codice binario attraverso le lancette dell'orologio in modo che Murph prenda l'orologio, la decritti e possa inviare spedizioni sul terzo pianeta, quello su cui nemmeno lui sa se Amelia è sopravvissuta!!!
E la figlia, nonostante il tempo scorra in maniera esponenzialmente diversa fra le due galassie, prende l'orologio, decritta tutto e a quel punto l'hypercube (o "il tesseranto") si chiude e Cooper viene risparato attraverso il wormhole, sbuca galleggiante nello spazio vicino a Saturno e viene recuperato dalla prima astronave che porta gli esseri umani sul nuovo pianeta (ma come! C'era bisogno di tutto questo viaggio assurdo per capire che bastava costruire una mega-astronave per far emigrare la gente? Allora la menzogna del piano A del dottor Brand era doppiamente inutile e stupida!) 
Qui Cooper, dopo aver realizzato che in realtà non ci sono esseri pentadimensionali, ma è stata l'umanità stessa a costruire l'hypercube a piazzare il wormhole (generando altri paradossi temporali che non sto a spiegare, dal momento che se la missione non è stata completata non può esserci un'umanità evoluta che crea l'hypercube per completare la missione), dicevo, Cooper incontra sua figlia anziana e morente e dopo l'estremo saluto ruba una navetta e vola sul pianeta dove Amelia, rimasta sola per anni senza cibo (e non si sa come sia sopravvissuta) aveva nel frattempo iniziato la colonia con gli embrioni (anche qui, perché lei dovrebbe tenere il casco piangendo sulla tomba del suo defunto amato per poi toglierselo per tornare alla colonia?) 



Questo è quanto, e sicuramente ho dimenticato altri dettagli. 
Allora cosa voleva essere questo film? Un film di scienza, accuratissimo e approvato dalla NASA? Non lo è abbastanza, troppe falle. Un film di fantascienza? Ha premesse troppo realistiche. Un film sentimentale? No, perché nonostante Nolan voglia affermare che l'amore è più forte della scienza e supera le leggi della fisica, la pellicola è sterile, non c'è emozione, è tutto freddo, asettico, lontano, si guarda solo da fuori. Non c'è mai vera tensione, non c'è mai vera sofferenza, i personaggi non hanno conflitti, non si capisce chi sono, perché agiscono in quel modo, hanno comportamenti contraddittori, non sono descritti, non c'è abbastanza legame fra Cooper e la figlia per strapparmi le lacrime, non trovo un perché emotivo, manca la componente UMANA. 
In tutto questo prodigio della tecnica, e anche dando per buone (con incredibile sforzo) tutte le incongruenze scientifiche, il film fallisce nelle intenzioni e negli aspetti basilari della sceneggiatura cinematografica: personaggi, emozioni, coinvolgimento, identificazione. Il risultato è che non so cosa sto guardando: un "Armageddon" d'autore? Mi viene solo da pensare a quei poveri attori (McConaughey, Hathaway, Caine e Damon, 4 premi Oscar, voglio dire!) ingabbiati in questi ruoli insipidi come il pane toscano.

E mi viene solo da ripensare a Memento, dove bastava vedere nello specchio il tatuaggio sul petto del protagonista che ricordava forzatamente a se stesso, in preda alle amnesie, che sua moglie era stata violentata e uccisa. E ripenso a The Prestige, dove i due gemelli sacrificano tutto nella vita in virtù dell'illusione più grande, in virtù di una visione. E ripenso aIl Cavaliere Oscuro, con quel Joker talmente perverso da portare tutto il pubblico dalla sua parte. E ripenso a Inception, che mi ha conquistato non solo con la spettacolarità dei sogni dentro al sogno, ma anche con quella battuta: "Perché lo fai?" "Perché nei miei sogni noi io e lei siamo ancora insieme". 

Dal terzo Batman in poi, passando per la produzione de L'Uomo d'Acciaio, fino aInterstellar, mi domando: Nolan, che fine hai fatto? Temo tu abbia perso l'umiltà.


Reparto tecnico: 8.5
Sceneggiatura: 4
Regia: 6
Cast: 6.5

Voto complessivo: 6.5